“Frank Zappa è stato uno dei primi ad usare i cartoni animati, che rimangono la parte migliore del film 200 Motels e per i quali si avvalse della collaborazione di Chuck Swenson. Zappa è sempre stato un grande frullatore di immagini e, anche in questo film, introduce tutti gli elementi della cultura freak, dal tipo di disegni e colori alla contestazione della cultura ufficiale, pur standone sempre un gradino più in alto. Il gusto di girare l’aveva sempre avuto: già giovanissimo realizzava filmini in 8mm. Aveva fatto proprio il concetto avanguardistico di arte totale di derivazione futurista. Ha molte caratteristiche che risalgono ai surrealisti e ai dadaisti, ad André Breton. Zappa ha il grosso pregio di aver intuito, quasi 10 anni prima, il discorso del videoclip ma anche il pericolo che l’eccesso di trucchi maltratti la musica come, però, secondo me avviene in 200 Motels”.
(Giandomenico Curi, giornalista e regista, Mangiare Musica giugno 1994)
Non sappiamo quanti alpinisti abbiano scalato lo Zombie Roof senza corda, di sicuro sono pochi.
Zombie Roof è il nome di una scogliera orizzontale situata sullo Smoke Bluff Wall a Squamish, una roccia orizzontale della Columbia britannica in Canada.
Prende il nome da una canzone di Frank Zappa, “Zombie Woof”.
La scala di difficoltà di Zombie Roof è 5.13°/12d.
Di recente, questa scogliera è stata scalata da Gus Ryan, uno degli scalatori più famosi del mondo.
“A Frank piaceva mettere alla prova la gente che suonava con lui. Una volta ci stavamo preparando per andare a suonare in Inghilterra. Tre giorni prima della partenza, lui arrivò e ci disse che ogni brano dello show sarebbe stato eseguito in versione reggae. Era un vero e proprio ordine. Ci facemmo un mazzo tanto per due giorni di seguito. Dopodiché lui arrivò tutto contento e disse: “Bene, ho cambiato idea, non facciamo più nulla in versione reggae”.
Bologna, ’73. Zappa e i Mothers post-Grand Wazoo festeggiano il primo decennale. Per conto mio, la sera stessa, incontro colei che cinque anni più tardi diventerà mia moglie. Nella nostra memoria affettiva dunque, viziata per di più da un’inguaribile passione per la musica dell’italo-americano, Zappa acquista un posto d’onore tutto particolare.
Los Angeles, ’82. Una session per l’Uomo Vogue apre le porte di casa Zappa a Laurel Canyon. Tre giorni indimenticabili, trascorsi tra il missaggio dell’album Ship Arriving Too Late To Save A Drowning Witch, l’arrivo di Kent Nagano per discutere l’esecuzione orchestrale di Sinister Footwear, la partenza per le vacanze di Dweezil, una visita guidata nel bunker ad alta sicurezza in cui sono conservate migliaia di registrazioni audio video, l’ascolto di nastri inediti e di vecchi singoli dei Penguins, le risate della moglie Gail.
Alla fine, l’irresistibile richiesta di un autografo. FZ ghigna beffardo all’aneddoto del mio primo incontro con Letizia. “A quale concerto vi siete conosciuti?” chiede. “Bologna ’73” è la risposta immediata e lui giù a vergare a tutte maiuscole: “A Guido e Letizia, vedete cosa succede a fare gli stupidi ad un concerto rock a Bologna?”.
“E’ semplice e complicato allo stesso tempo. Ci sono certi ritmi naturali di base. Quanto spesso la Luna diventa piena? Una volta al mese, d’accordo. Quello è un ritmo. Quando sale la marea? Quando scende? Ecco un ritmo. Qual è il tuo battito cardiaco? E’ un ritmo. Chiamiamoli ritmi naturali. Non che mi interessino, ma ci sono. C’è anche un tempo medio con cui la gente conduce la propria vita. Quello è un ritmo. Se quello medio non esistesse, la gente non saprebbe se sta andando veloce o lenta… Ora, la musica, il modo in cui si connette col comportamento umano, tiene conto delle implicazioni di questi ritmi naturali universali. Certi tipi di musica li rinforzano. La disco-music, per esempio, ti batte sulla testa e rinforza il tuo ritmo di produzione. Qualsiasi cosa devii da quel rinforzare il tuo ritmo di produzione può essere percepito come ritmicamente dissonante. La dissonanza quando è risolta è come avere un prurito e grattarsi. Quando è irrisolta è come avere un mal di testa per tutta la vita. La musica più interessante di cui mi occupo è musica nella quale la dissonanza è creata, sostenuta per un giusto periodo di tempo e risolta e tu hai la tua grattatina e via di nuovo. Il concetto di dissonanza nel mio lavoro opera su livelli differenti. Puoi avere la dissonanza ritmica. Qualunque ritmo che vada contro la tendenza di un ritmo naturale è un disturbo per il tempo in cui esiste la dissonanza. Ma una volta che torni al ritmo di base, puoi guardare indietro e dire: “Hey, era affascinante ciò che è successo. Non sapevo che tu potessi comprimere tutte quelle battute in quell’unico ciclo”. Lo stesso accade con l’armonia. Certi accordi, quando li senti, è come dire “Ah, adesso siamo rilassati perché tutte le armoniche sono in fila da qui a là ed è tutto completo, è come un bell’accordo in Do maggiore”. Come il ronzio che ti danno con la musica new age che fa in modo che il tuo cervello resti seduto. E’ tutto là, non c’è nient’altro da fare. E’ già fatto. Ora, per quanto tempo puoi ascoltarla? Tanto, se sei molto simile a una medusa. Ma se tu, in quell’ambiente armonico includi qualche nota irritante, note che non sono parte della struttura armonica, fino a che la nota si avvicina a una delle parziali in quell’accordo statico – come certe note vogliono salire, altre scendere, alcune possono davvero vivere là al minimo volume ed essere un inquinante nell’accordo, dare tessitura all’accordo. Tutta questa roba fa parte del mestiere di compositore. La stessa cosa con le parole. Devi capire l’intero concetto di ritmi naturali, cose che esistono e che la gente dà per scontate, e l’idea che uno possa creare un’irritazione artificiale per un certo periodo di tempo tale da dare una sensazione piacevole quando finisce. E’ come il bambino che si colpisce con il martello. “Perché lo fai?”. “Perché è bello quando smetto”. In medicina è come la gente che vuole essere di nuovo giovane, va e si fa una sabbiatura alla faccia. Probabilmente non si sentono molto bene, ma quanto tutto è finito, assomigliano a Mick Jagger”.
Da tempo minato da un male incurabile, il più dissacrante artista dei nostri tempi non rinuncia alla sua passione per la musica. Fino all’ultima stilla di energia.
Arrivano le prime notizie preoccupanti sulla sua malattia e su un definitivo testamento musicale (“The Yellow Shark”) che tutti guardiamo con apprensione come ad un possibile, veramente definitivo, addio.
ZAPPOLOGIA
Si tratta quasi dell’opera omnia ufficiale, nulla di filologico ma una meritoria iniziativa di divulgazione. Sarebbe folle tentare un esame dettagliato e bisogna limitare il commento a qualche indicazione telegrafica.
– Assolutamente imperdibile “Freak Out“, l’album dell’esordio, un grande mix di canzoncine, rock-blues e follie (‘Help I’m A Rock”, ‘The Return Of The Son Of Monster Magnet’, ecc.);
– “We Are Only In It For The Money“; grande copertina a presa in giro dei Beatles di ‘Sgt. Pepper’s…’ e contenuto a base di acide cattiverie (The idiot bastard son”, “Flower punk”);
– “Cruising With Ruben & The Jets“, che contiene il vero amore di Zappa, il rock & roll e il doo-wop degli anni cinquanta;
– “Uncle Meat“, il top delle Mothers con le avventure di “Dog Breath” e “King Kong” e il grande Zappa chitarrista di “Nine Type Of Industrial Pollution”.
– “Hot Rats“, dedicato a chi ama l’improvvisazione più vicina al jazz con i violini swinganti di Jean Luc Ponty e Sugarcane Harris;
– “Weasels Ripped My Flesh“, una raccolta “postuma” delle prime Mothers, il meglio di un progetto di album decuplo (!!) forzatamente abortito;
– “The Grand Wazoo“, grande musica orchestrale ideata, arrangiata e composta suila sedia a rotelle; a vent’anni di distanza non fa una grinza;
– “OverNite Sensation“, che non è uno degli album più interessanti, ma è di gran Jung a il più noto e contiene alcuni punti fermi del repertorio zappiano (“Camarillo Brillo’, “Montana”, ecc…);
– “Zoot Allures” viene dopo alcuni exploits non proprio felici; da qualcuno è considerato l’emblema della seconda rinascita di Frank e contiene le versioni canoniche di “Black Napkins” e di “Torture Never Stops”;
-“Zappa ln New York“: disco tenuto in non grande considerazione, secondo me a torto: specialmente la riedizione in CD rende piena giustizia a questa band zeppa di illustri ospiti (Randy e Michael Brecker, Tom Malone e altri);
– “Sheik Yerbouty” testimonia la formazione con Adrian Belew, tra prese in giro dei colleghi (Bob Dylan in “Flakes”, Jackson Browne in “I’ve Been In You”) e insulti vari al vetriolo (“Jewish Princess”, “Bobby Brown”);
– “Shut Up’n Play Yer Guitar” coi suoi vari seguiti è la prima vera autorivendicazione di Zappa corne chitarrista. C’è perfino un duo di bouzouki e viola improvvisato con un Jean Luc Ponty in stato di grazia a mo’ di ciliegina su una torta già ricchissima;
– “Ship Arriving Too Late To Save A Drowning Witch” è una buona testimonianza della band ’81/82 Contiene anche l’unica “top ten” a 45 giri della storia zappiana, il mitico (?) “Valley Girl” cantato – si fa per dire – dalla figlia Moon;
-“London Symphony Orchestra vol.1” è particolarmente consigliabile per un approccio con lo Zappa sinfonico; sappiamo peraltro di furibondi litigi tra F.Z. ed il direttore d’orchestra Kent Nagano durante le prove e di irriferibili insulti rivolti agli strumentisti con riferimento alle loro capacità esecutive e mentali: ma il risultato, velenosi commenti di Zappa a parte, sembra francamente eccellente;
– “Guitar” è il secondo manifesto dello Zappa chitarrista, quasi due ore di estratti senza soluzione di continuità con sequenze sbalorditive il cui vertice può essere considerato il duplice trattamento di “Outside Now”, in un caso ribattezzato come ‘System Of Edges”;
– “The Best Band That You Never Heard ln Your Life“, ovvero l’inarrivabile orchestra del 1988. Cosa dire se non del rammarico per la prematura scomparsa di un’esperienza unica: torride rivisitazioni di materiale antico (“Heavy Duty Judy”, “Inca Roads”, “The Eric Dolphy Memorial Barbecue” per citare le cose più belle) e fantastiche cover (da “Stairway To Heaven” dei Zeppelin al “Bolero” di Ravel, per tacere dell’incredibile “Purple Haze” di hendrixiana memoria stralunata durante un sound-chek!!!);
– “Make A Jazz Noise Here“, ancora la band del 1988 e se possibile un album ancora più bello; prevalentemente strumentale, contiene anche l’ultima (per ora …) grande creazione zappiana dal titolo emblematico di “When Yuppies Go To Hell”;
– Della serie “You Can’t Do That On Stage Anymore” mi sento di raccomandare in particolare il 5° volume, che comprende una serie di gustose anticaglie delle prime Mothers ma, soprattutto, la band del 1981/82 al suo meglio.
(di Roberto Del Piano, Hi, Folks!, novembre/dicembre 1992)
Gli umoristi – siano essi musicisti, scrittori o attori – hanno sempre avuto spesso tratti depressivi; alcuni comici si sono persino suicidati.
“Non mi vedo come una persona depressa. L’unica volta che ho preso seriamente in considerazione il suicidio è stato quando ero malato terminale. Il mio unico pensiero era trovare il modo più rapido e semplice per liberarmi del mio dolore. Penso che sia una ragione accettabile per suicidarsi e sono sicuro che chiunque abbia mai sofferto sarebbe d’accordo con me, ma ucciderti perché pensi che la vita sia una tragedia e il mondo sia una valle di lacrime no, non è il mio stile”.
“Does humour belong in music?”. Può l’umorismo appartenere alla musica? – si chiedeva Frank Zappa.
Le risposte zappiane al quesito sono molteplici. Teniamo presente che la risata si genera spesso al cospetto dell’interruzione della prevedibilità di un’azione o di uno schema verbale, che crea una situazione inaspettata. In musica può essere ottenuto un risultato simile con un’improvvisa e inaspettata divergenza ritmica, melodica o armonica rispetto alla regolarità di gran parte dei generi musicali.
Lo stesso Zappa affermava: “Qualsiasi composizione (o improvvisazione) che suoni consonante e regolare sempre e comunque mi pare l’equivalente di un film dove ci siano solo i buoni o di una cena a base di ricotta”.
Anche l’accostamento di elementi tra loro normalmente estranei può indurre al riso: ha un effetto assolutamente dirompente ascoltare Stairway to Heaven in versione reggae con tanto di sezione fiati che all’unisono esegue il celeberrimo assolo di chitarra di Page.
Zappa parlava anche di strumenti dal timbro buffo citando alcuni utilizzi della tromba con la sordina, del sassofono basso suonato nel suo registro più grave nonché del trombone a coulisse, che scatenano reazioni di ilarità negli ascoltatori “cresciuti a cliché subliminali che hanno determinato la loro realtà auditiva fin dalla culla”. Per lo stesso motivo utilizzava effetti sonori di stampo rumoristico come nel finale di Peaches En Regalia (Hot Rats, 1969).
La risposta più semplice e superficiale è riscontrabile nell’analisi dei testi dei brani cantati che portano alla risata per via delle tematiche particolarmente pungenti oppure originali o anche per la sfrontatezza con cui l’autore ha saputo discutere nei propri testi di tematiche sessuali di cui tutti parlano o fantasticano nella sfera privata ma che difficilmente si ha il coraggio di portare alla superficie dell’ambito pubblico.
Non bisogna fare l’errore di considerare ‘demenziale’ la musica di Frank Zappa, demenziale nel senso di ‘lontano dalla mente’, ‘fuori di testa’. Questo termine non si addice affatto a una via comica che invece era frutto di un’acutissima ricerca intellettuale.
Sembrerà paradossale ma far ridere non era affatto l’obiettivo primario di Zappa. In realtà, il suo vero scopo era il riconoscimento della sua dignità di compositore ‘serio’ alla stessa stregua dei suoi idoli Varèse e Stravinskij. Realizzava dischi e tour di musica un po’ più vicina alla popular music seppure con un approccio rivoluzionario e unico allo scopo di racimolare denaro per i lavori più impegnati. Come recita un altro titolo di un suo disco: “We’re Only In It For The Money” (1968).
(Frank Zappa by Marcello Zappatore, Coolclub.it febbraio 2009)
“Nella mia mente non c’è differenza tra far ridere qualcuno e far pensare qualcuno. L’uno non è migliore o peggiore dell’altro. Mi piacciono tutti i diversi tipi di musica e penso che siano tutti divertenti da fare e farò quello che mi va di fare. Tutti coloro che pensano di fare rock ‘serio’ possono baciarmi il culo. ‘Serio’ è qualcosa che non fa ridere?”. (BAM, gennaio 1978)
L’umorismo appartiene alla musica (anche quella seria). Per Zappa vale anche il contrario: “Alcune persone non riescono a capire che puoi voler fare seriamente qualcosa che non è serio”. (LA Star, 119-1969)
Il senso dell’umorismo deve essere una delle basi per essere una ‘Madre’: “È importante almeno quanto essere in grado di suonare. Se non hai senso dell’umorismo non puoi suonare la musica correttamente. Non è solo una questione di note giuste…”. (FZ, Melody Maker, 20 luglio 1974)
Per Zappa l’umorismo è uno strumento fondamentale per affrontare i fanatismi politici e religiosi, per criticare stereotipi reazionari nella società americana. Zappa capisce che il cinema, come la musica, è un modo per esprimere idee, un mezzo di cui bisogna tenere conto nell’intero processo di comunicazione, in cui il pubblico è una parte fondamentale. (Author/Recipient Relationships in FZ’S Movies – Manuel de la Fuente)
“I testi di Frank erano solo proposte, ti incoraggiava a pensare… Dietro questo umorismo devastante c’era un discorso molto serio. Con l’umorismo evocava argomenti seri. Frank ha lavorato in questo modo… “. (Gail Zappa, Rolling Stone, ottobre 2012)
“Si dice: ‘Solo chi prende totalmente se stesso e la sua causa seriamente è un vero artista’. Onestamente, non me ne frega niente. La maggior parte delle cose che accadono nella mia vita sono divertenti, quando scrivo di cose che mi sembrano rilevanti, lo faccio nello stesso modo in cui mi sento al riguardo: in modo umoristico, divertente”. (FZ, Music Express Sounds, novembre 1984)
“Sono una persona concreta con un senso dell’umorismo molto creativo”. (FZ)
“La mia più grande forza è il mio senso dell’umorismo. (FZ, Tuttifrutti, febbraio 1994)
Il coinvolgimento di altre rockstar come Ringo Starr, Keith Moon e Pete Townshend fu in parte casuale, come casuale alle volte erano le ospitate fatte nei dischi (di Zappa).
“Eravamo seduti l’uno vicino all’altro allo Speakeasy – ricorda Keith Moon – e all’improvviso Frank si gira verso di me e Pete (Townshend) e ci chiede se ci va di partecipare a un suo film. Rispondiamo di sì e lui ci dà appuntamento alle sette di mattina al Kensington Palace Hotel. Il giorno seguente, a quell’ora, arrivai solo io”.
Ancora una volta, come da copione zappiano, improvvisazione e metodo si fondono.