“Ricorderemo Zappa per il suo modo di fare musica, per la sua originalità e per la sua fantasiosa ironia. Zappa era un musicista puro, innamorato del proprio lavoro, capace fin dagli inizi della sua carriera di valutare la presenza dannosa delle case discografiche nella crescita artistica dei musicisti. Ci mancherà molto”.
Lo stile chitarristico di Zappa era completamente originale nel mondo del rock. A differenza della maggior parte dei chitarristi che usavano modelli in scala o forme collaudate sulla chitarra, Zappa creò quella che fu chiamata “Air Sculpture“. Non aveva bisogno di fare affidamento su dispositivi e trucchi musicali collaudati perché aveva la capacità di suonare qualsiasi nota (tutti i dodici toni / scala cromatica) sulla chitarra, su qualsiasi tasto. Questo stile di improvvisazione era usato anche dai chitarristi jazz (senza dubbio cervelloni dall’udito immacolato, barbe e banjo…). Il trucco sta nel sapere in quale ordine suonare le note.
Zappa era famoso per suonare assoli di chitarra smisurati e autoindulgenti. Laddove altri chitarristi perdevano la concentrazione e rimanevano bloccati in cliché e riff per mancanza di immaginazione, Zappa guadagnava slancio dopo sei o sette minuti dall’inizio dell’assolo.
“Quando ascolto la musica, ne apprezzo la sostanza e non necessariamente lo stile. Anche alcuni chitarristi bluegrass mi hanno sorpreso: quando ascolti Montgomery che suona, ad esempio, è l’uomo che senti attraverso il suo modo di suonare, lo stesso vale per Allan Holdsworth. Coinvolge la sua personalità, la sua individualità nella sua musica, e non ne vedo alcuna dimostrazione oggi. Ecco cosa manca a questi chitarristi che si credono alle Olimpiadi della velocità sulla tastiera. Non vedo molta musica lì”.
Lasatira e la parodia sono elementi essenziali nella tua musica e nelle tue performance. Che parodia faresti di Frank Zappa semmai dovessi farlo?
“Potrei farlo ma vedi, affinché una parodia sia efficace, il pubblico dovrebbe sapere abbastanza dell’originale per apprezzarne le permutazioni. E questa è la cosa più difficile nel fare una parodia di Frank Zappa, nessuno sa assolutamente niente di me”.
“Non esiste alcuna autorità autorizzata a monitorare le azioni dei cittadini americani. Nixon spiava i gruppi politici e tutti coloro che considerava suoi nemici. Reagan, autorizzò la CIA a spiare legalmente i cittadini statunitensi. Poi creò il Dipartimento della diplomazia interna le cui indagini riportano al Dipartimento di giustizia. È un affronto alla democrazia. E la gente non lo sa”.
“Se vuoi ottenere qualcosa, non devi necessariamente seguire le regole. Pratico la stranezza organizzata. Come un architetto, mi assicuro di utilizzare e combinare materiali che possano stare bene insieme e che non cadano in testa alle persone. Avete mai visto le Watts Towers a Los Angeles? Furono costruite negli anni ’30 da un eccentrico di nome Simon Rodia. Non erano nemmeno grattacieli. Erano progettate in cemento e vetro, sfidando tutte le leggi architettoniche dell’epoca, e la loro funzione consisteva unicamente nell’essere guardate. Simon è morto e la città voleva distruggere le sue torri, ma sono ancora in piedi. “
Il controverso rapporto all’insegna dell’odio-amore tra Frank Zappa e il jazz è cosa ben nota, tanto da essere entrato da tempo nella più ricorrente aneddotica musicale. E’ comunque vero che l’amore abbia più di una volta prevalso sul suo opposto, ricambiato anche da più di un jazzista. Qualche esempio: il sassofonista statunitense Ed Palermo con la sua orchestra, gli inglesi Colin Towns (con la tedesca NDR Big Band), John Etheridge con i suoi Zappatistas, i transalpini LeBocal con Glenn Ferris e Rita Marcotulli e, in Italia, Stefano Bollani, Riccardo Fassi, Glauco Venier, Roberto Gatto con i Quintorigo e la violinista Anais Drago. Moltissimi europei, dunque.
Forse, non è un caso che il primo jazzista ad essere attratto dall’orbita zappiana sia stato un francese: Jean-Luc Ponty. King Kong è l’album che cementa la collaborazione tra Ponty e Zappa: resta un punto di riferimento negli incontri ravvicinati tra mondo jazz e rock ma non solo, in un’ottica diversa da quella davisiana. Nel caso di Ponty e Zappa si potrebbe azzardare la definizione di westcoastiana e non solo in senso geografico, se non addirittura di bianca.
Il 15 dicembre 1970 al Palais Gaumont, Ponty raggiunge sul palcoscenico i Mothers of Invention in versione vaudeville band: 32 inarrestabili minuti di King Kong con Ponty, l’amico Duke e il leader a farla da padroni.
“Zappa è, in qualche modo, il Gershwin del rock alternativo, rappresenta la capacità di usare tutto nella stessa maniera. L’altra sua geniale intuizione fu quella di laicizzare il rock che, in quel momento, stava correndo grandi rischi di retorica, di mistica, nella stessa California dove operava lui. La California più altisonante, trionfalistica, che aspirava alla musica come tautologia globale dell’universo”.
“Mi piace definirlo come una sorta di anticorpo prodotto dal rock stesso nel suo momento di massima autocelebrazione. Zappa era questo, in senso totale, soprattutto attraverso gli strumenti della satira. La sua musica si è sempre espressa a un doppio livello, a volte compresente, a volte separato. Da una parte, affermazione, la proposta di strutture musicali innovative come, ad esempio, le composizioni di Grand Wazoo e Waka/Jawaka, dove c’è un valore di affermazione puro e semplice di nuove strutture musicali. Dall’altra, negazione con la satira, la derisione, la distruzione delle convenzioni”.
“Il suo rapporto con la psichedelia era molto ironico. Ha sempre detestato e combattuto l’uso delle droghe, un comportamento molto anomalo in quegli anni. Era un laico, predicava l’espansione della coscienza in un modo del tutto personale, dal punto di vista culturale, né mistico né psichedelico. Poi, dimostrò un gran carattere nel ridicolizzare da subito le pose delle rockstar. Metteva in scena la parodia di una certa prosopopea dello strumentista e del virtuosismo tecnico, un immediato controcanto alla retorica di quegli anni”.
(Gino Castaldo, critico musicale, Mangiare Musica giugno 1994)
“Frank era curioso, polemico, tirannico, workaholic. Faceva e disfaceva le sue band secondo strategie che non intendeva spiegare a nessuno, assorbiva idee da tutti senza mai elemosina di copyright, vessava i collaboratori in nome della Perfezione, metteva ai ceppi o sbarcava gli oppositori secondo il codice di Sir Francis Drake” (Riccardo Bertoncelli)
“Un artista poliedrico, pieno di mondi interni: le chiavi di lettura sono tante. Ma non pensiamo che il contesto degli inizi di questo artista fosse così facile: ha iniziato relativamente tardi, a 24 anni. Era osteggiato perché suonava la musica che voleva. Una musica difficile, strana ma in quel periodo c’era un’attenzione particolare” (Riccardo Bertoncelli)
Zappa aveva una sua idea particolarissima del fare dischi. Difficile che si dedicasse ad un solo progetto, con un inizio e una fine. Piuttosto era sempre in session, suonava quel che gli pareva con chi gli piaceva e solo dopo cuciva, legava, architettava secondo la Luna. Aggiungete che era uno stakanovista e uno smodato, e capirete perché i discografici non lo sopportavano e lui non appena possibile si mise in proprio.
Poco prima di morire cedette il suo sterminato catalogo alla Rykodisc, convinto di aver sistemato per bene le cose. Non è andata così, ci sono stati litigi, incomprensioni e per anni i dischi sono spariti dai negozi. Ora tornano disponibili grazie a un nuovo accordo con la Universal.
Foto di Barry Schultz
Dodici cd per volta, a cadenza serrata, alcuni rimasterizzati. Una gioia, una curiosità e un problema, specie per il tecnico del suono che li lavorerà. Zappa era gelosissimo della sua musica…
(Riccardo Bertoncelli, XL, ottobre 2012)
Zappa aveva dalla sua un innato senso dello spettacolo, un gusto perverso di cabaret e lo usò come emolliente e tonico per la sua proposta artistica; fin da un memorabile stage al Garrick Theatre di New York, quando con i Mothers of Invention tenne 14 show alla settimana per tre mesi e mezzo, maggio-settembre 1967, improvvisando e coinvolgendo il pubblico in una oltraggiosa versione rock del Living Theatre.
Il sogno di Zappa era la musica per grandi formazioni, che ottenne come voleva solo in fin di vita dopo una serie di stravaganti fallimenti e low-budget orchestras, ma coltivava con gusto anche una personalissima idea di canzone svolgendo indagini su due argomenti in particolare: il sesso e la minchioneria umana, spesso legati indissolubilmente.
(Riccardo Bertoncelli, Musica Jazz, dicembre 2020)
“Per Frank Zappa verrà il tempo in cui gli sarà riconosciuto il giusto merito, di essere uno dei più grandi compositori del ‘900”.
“Frank Zappa: una colonna portante nel tempio della musica”.
Frank Zappa “come musicista era una figura eccezionale perché apparteneva a due mondi: quello della musica pop e quello della musica classica. E non è una posizione comoda. Entrambe le tipologie del suo lavoro gli sopravvivranno”.
“Zappa mi ha chiesto di incontrarlo, ne avevo sentito parlare, soprattutto intorno al 1968 a causa degli scandali che circondavano le sue registrazioni. Ho pensato che potesse essere interessante. Non sapevo nulla della sua ammirazione per Edgar Varèse. Un mese dopo, mi ha inviato degli spartiti e, quando ho organizzato un programma sui compositori americani, l’ho incluso. Il mio desiderio era che il pubblico lo prendesse sul serio”.
Zappa su Boulez
“È una brava persona. Lo rispetto. Il mondo della musica ha la fortuna di avere un attivista come Boulez. Stiamo parlando di una persona che potrebbe dirigere una casa discografica. È un compositore, un direttore d’orchestra, un amministratore. Ha una mente organizzata e molta energia. Questo è un uomo unico. Forse ce ne sono due o tre come lui sul pianeta. Persone del genere potrebbero essere parte della soluzione per alcuni dei mali nel mondo della musica seria, ma solo per la Francia. Non potrebbe mai ricoprire negli USA la posizione che ricopre in Francia, fondamentalmente a causa della differenza tra gli atteggiamenti francesi e americani nei confronti delle cose artistiche. Negli Stati Uniti, l’arte è giudicata da milioni di unità vendute. Nessuno nella musica classica vende abbastanza per avere importanza negli Stati Uniti”. (FZ, Los Angeles Reader, 13 ottobre 1989)
“Boulez ha avuto una serie di problemi nel dirigere la mia musica che non si aspettava. I suoi musicisti sono virtuosi, altamente qualificati, specializzati in musica contemporanea. Ma la mia musica è molto diversa dalla maggior parte della musica che suonano. A più persone viene chiesto di suonare in modo difficile, più ritmi insieme.” (Capitol, 1° aprile 1984)