Frank Zappa's mustache - Music is the Best

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  • Frank Zappa & the Twentieth Century: maximum expression of ‘total music’

    Frank Zappa & the Twentieth Century: maximum expression of ‘total music’

    Dupree’s Paradise (Live Edinboro, PA – 8 maggio 1974)
    Mo’s Vacation (registrata all’UMRK, 1982) con Chad Wackerman (batteria/percussioni), David Ocker (clarinetto) e John Steinmetz (fagotto)

    Rispetto ai secoli precedenti, il Novecento è caratterizzato dalla molteplicità, varietà, pluralità musicale a livello tanto esteriore quanto interiore. Nessun secolo ha mai avuto tanti grandi nomi come il Novecento. La lista è davvero lunga, basterà citare i più grandi: Bartòk, Berg, Boulez, Busoni, Cage, Carter, Debussy, Donatoni, Dukas, Gaslini, Gershwin, Gorecki, Honegger, Ives, Kagel, Ligeti, Mahler, Malipiero, Messiaen, Nancarrow, Orff, Penderecki, Petrassi, Pousseur, Ravel, Riley, Satie, Schoenberg, Stockhausen, Strauss, Stravinsky, Takemitsu, Varèse, Webern, Xenakis. Il Novecento è il secolo dell’esplosione musicale, tra neo-classici, avanguardie, post-avanguardie, post-folclorici, autoctoni. E’ il secolo dell’abbondanza qualitativa, della varietà sonora, evoluta e complessa. Molti compositori hanno attraversato più fasi creative diverse tra loro per approccio e stile. La varietà stilistica spingeva certi autori a variare timbrica, melodia, ritmica, armonia anche di singoli brani. Ad esempio, Elliott Carter è passato dal neo-classicismo all’avanguardismo, mentre Stravinsky dopo un’iniziale fase fauve, è passato alla neo-classica e alla musica dodecafonica.
    Nel secolo del molteplice, Frank Zappa può essere definito la massima espressione del Novecento e della ‘musica totale’. La musica totale può essere intesa sia nella tendenza ad approcciare i più disparati generi musicali moderni, sia nella ricerca di una sintesi superiore tra diversi generi e radici. Compositore dichiaratamente anti-accademico, Zappa si è mosso musicalmente nei più svariati contesti. Prima ancora di iniziare ad impegnarsi in prima persona nel mondo della musica, aveva giù programmato la propria opera (Project/Object) con anni di anticipo e tanta lungimiranza. Oltretutto, l’opera di Zappa non presenta una suddivisione netta tra vari generi ma un mix avendo sempre presente i diversi approcci. Tanto che di uno stesso brano esistono diverse versioni (rock, jazz, reggae, orchestrali, ecc.).
    Ad esempio di Dupree’s Paradise troviamo versioni jazz e la versione sinfonica diretta da Boulez (1984). Moe’s ‘N Herb Vacation, brano sinfonico, introduce l’album rock Joe’s Garage. E, ancora, mentre si esibisce in Bogus Pomp, Zappa fa un’autocitazione di Who Needs The Peace Corps (brano tratto dall’album We’re Only In It For The Money). Si potrebbero fare tantissimi esempi, in questo senso. Zappa cita e autocita, utilizza il riciclo dei più diversi materiali.
    La singolarità di Zappa nel saper coniugare complessità e gradevolezza melodica si rinviene anche in Echidna’s Art (Of You) e Don’t You Ever Wash That Thing (sequel da Roxy and Elsewhere, 1974), ma soprattutto in uno dei suoi hit top: Black Page. Eseguito in svariatissime versioni, nasce come “drum solo” (si veda Zappa in New York, 1977), del quale è evidente la derivazione, almeno superficialmente, da Ionisation di Varèse. Un brano infatti che va oltre per poliritmia, per quantità di tuplets e sotto-tuplets. In un tale contesto Zappa riesce a scrivere su questo ritmo intricato una gradevolissima melodia, la cui linea viene condotta principalmente dai mallet instruments, che poi riveste in vari modi, dalla disco al Mingus style al reggae, dallo ska (o era polka?) all’”ambient”, e così via, mettendo a dura prova i suoi bravissimi fidi partners, in particolare l’ottimo Ed Mann.
    (estratto dall’articolo “Frank Zappa, musicista del molteplice” di Fabio Massimo Nicosia)

    Zappa è un lavoro duro. Genio iconoclasta e absolutely free è sicuramente uno dei protagonisti della musica del Novecento. Un eroe americano come Ives, Gershwin, Monk, Cage e qualcun altro. I suoi studi musicali dal punto di vista accademico si riducono a ben poca cosa ma, pur vivendo nella periferia americana, fin da giovane è attratto dall’intensità che sprigiona dalle pagine di Edgar Varèse, il compositore che ha definitivamente riconsiderato il timbro come parametro essenziale della composizione.
    (Marco Dalpane, pianista e compositore)

    Nel 1989, in un programma radiofonico chiamato “Castaway’s Choise”, Zappa ha nominato 10 dischi che avrebbe portato con sé su un’isola deserta. Eccoli:
    1. Octandre – Edgard Varèse
    2. The Royal March from L’Histoire du Soldat – Igor Stravinsky
    3. The Rite of Spring – Igor Stravinsky
    4. Third Piano Concerto, First Movement – Béla Bartok
    5. Stolen Moments – Oliver Nelson
    6. Three Hours Past Midnight – Johnny Guitar Watson
    7. Can I Come Over Tonight – The Velours
    8. Bagatelles for String Quartet – Anton Webern
    9. The Anton Webern Symphony, Opus 21 – Anton Webern
    10. Piano Concerto in G – Maurice Ravel
    (Monster, maggio 2002)

  • Frank Zappa & Wild Man Fischer: FZ experiments with Phonography (field recordings)

    Frank Zappa & Wild Man Fischer: FZ experiments with Phonography (field recordings)

    Wild Man Fischer and Frank Zappa al Beat Club (1970)

    Mothers of Invention and Wild Man Fischer (Live al California State College, Fullerton, 8 novembre 1968)

    Cosa potrebbe dirci l’uso di Fischer da parte di Zappa riguardo al suo Progetto/Oggetto?
    Fischer era un pazzo, questa è la cosa più importante da ricordare. Non era una recita. Quando, alla fine degli anni ’60, Zappa cercava band e artisti per riempire i dischi dei Bizarre roster, lo schizofrenico Fischer – che aveva trascorso la sua vita dentro e fuori dagli istituti psichiatrici e cantava a chiunque volesse ascoltare nella zona di Hollywood – venne scelto.
    Fischer possedeva una finezza musicale riconoscibile. Semplicemente urlava a squarciagola raccontando la sua vita tribolata o qualunque cosa gli passasse per la testa. Zappa ha prodotto un album che era in parte collage di suoni, in parte parlato diretto, canzoni pop o canzonette stupide. Zappa era sempre più interessato alle cosiddette “field recordings” (registrazioni sul campo): era questo il suo piano per Trout Mask Replica (ad esempio, la registrazione nel cespuglio dell’imbarazzante conversazione di Beefheart con due adolescenti terrorizzati).
    An Evening with Wild Man Fischer fu, a quel tempo, il tentativo migliore di Zappa di modellare un album partendo da registrazioni sul campo. Le canzoni sembrano brevi intermezzi, mentre gran parte dell’album è occupato dalle registrazioni dei monologhi di Fischer per strada e in studio.
    Collego questa idea delle registrazioni sul campo (termine usato in antropologia) al concetto di fonografia.
    Phonography era il titolo del primo vero album di R. Stevie Moore (Zappa era un fan del discordante rock aborigeno dei The Shaggs), uscito nel 1977, registrato in casa su reel al registratore a bobina, il nastro consumato dalle continue sovraincisioni delle chitarre. Di Moore usò il termine per caratterizzare il suo marchio di pop anglofilo eccentrico e a bassa tecnologia: il termine è stato utilizzato da altri per descrivere un interesse per la registrazione del suono piuttosto che per la creazione o riproduzione. Isaac Sterling offre la seguente definizione: la fonografia (letteralmente, “scrittura del suono”) si riferisce alla registrazione sul campo.
    Ciò comporta la cattura di qualsiasi evento possa essere riprodotto e rappresentato come suono. Gli eventi uditivi vengono selezionati, inquadrati per durata e metodo di acquisizione e presentati in un formato e un contesto particolari, che distinguono una registrazione dall’evento originale durante cui venne catturato. Sotto questo aspetto la fonografia è analoga a qualsiasi altra forma di registrazione. Si distingue dalla registrazione in generale solo nella misura in cui la cattura del suono è privilegiato rispetto alla sua produzione. Questo pregiudizio riflette un tentativo di scoprire piuttosto che inventare.
    “Scoprire piuttosto che inventare” potrebbe essere il motto di John e Alan Lomax, i musicologi che hanno documentato la musica tradizionale del sud americano e la musica folk di gran parte del resto del mondo, trascinandosi dietro un ingombrante registratore fonografico nel bagagliaio di una berlina Ford.
    E’ interessante l’uso fonografico di Fischer da parte di Zappa perché tenta di collocare una sorta di innocenza all’interno di una realtà brulicante, carnevalesca ma, soprattutto, cinica.
    La prima traccia “Merry Go Round” è una semplice canzone infantile accompagnata da percussioni giocattolo:
    sembra che appartenga alla stanza dei brani musicali a orologeria di Piper dei Pink Floyd.
    Uno dei brani caratteristici di Fischer, “The Wild Man Fischer Story”, racconta la triste storia della sua vita in stile cartone animato, inclusa una voce da donna ebrea molto nervosa che rappresenta sua madre.
    “The Circle”, considerato “il primo successo psichedelico di Larry”, è stato pubblicato come singolo ed è fondamentalmente una jam libera con Fischer che spinge al limite la sua folle interpretazione.

    In “Larry Under Pressure”, Fischer si rivolge a Frank dicendo: “Nonostante fossi felice nel ’61 e nel ’62, sono stato rinchiuso in istituti psichiatrici uno dopo l’altro – sono cresciuto con il fatto che ero pazzo, dormendo con vecchi che pisciavano e cagavano sul pavimento… Sei pronto per questo? Sto cercando di tornare dov’ero nel ’61 e nel ’62, se posso”.

    An Evening with Wild Man Fischer è sincerità e provocazione. Con questo album, Zappa ha messo in mostra non solo l’imprevedibilità e l’energia di cui aveva bisogno dai suoi compagni, ma anche il suo interesse per la fonografia e per insolite giustapposizioni create attraverso la sovraincisione.

    (estratto dall’articolo ‘Larry taught me to go Merry-go-Round: Wild Man Fischer and Phonography di John A Riley, The Rondo Hatton Report vol IX, 21 dicembre 2011)

  • Frank Zappa, Stairway to Heaven – Bolero: something about the cover and Ravel

    Frank Zappa, Stairway to Heaven – Bolero: something about the cover and Ravel

    Stairway to Heaven & Bolero (singles/EPs/Fan Club/Promo, 1991, registrati il 18 aprile 1988 e 3 maggio 1988)

    Frank Zappa – lead guitar, computer-synth, vocal
    Ike Willis – rhythm guitar, synth, vocal
    Mike Keneally – rhythm guitar, synth, vocal
    Bobby Martin – keyboards, vocal
    Ed Mann – vibes, marimba, electronic percussion
    Walt Fowler – trumpet, flugel horn, synth
    Bruce Fowler – trombone
    Paul Carman – alto sax, soprano sax, baritone sax
    Albert Wing – tenor saxophone
    Kurt McGettrick – baritone sax, bass sax, contrabass clarinet
    Scott Thunes – electric bass, Mini-moog
    Chad Wackerman – drums, electronic percussion

    Adoro l’album di cover “Stairway to Heaven/Bolero” ed apprezzo allo stesso modo le due copertine (fronte e retro), i tanti significati e la forte ironia. Bethlehem Steel, la foto di copertina di Clarence Snyder, prende il nome dalla costruzione navale ormai affondata delle acciaierie della Pennsylvania. Raffigura scalinate metalliche, spopolate e stagliate contro lo spazio vuoto del cielo, che salgono verso il cielo ma che, all’improvviso, si fermano bruscamente. Le numerose scalinate appaiono abbandonate e incomplete, simboleggiano la stupidità condannata a tentare questa ricerca indossando pantaloni sbagliati (o il grembiule sbagliato). La giustapposizione di queste strutture con il titolo del disco implica ulteriori livelli di illusione umana, primo fra tutti, forse, il tentativo inutile di impegnarsi per ciò che è eternamente fuori portata.
    Il nome di Zappa, che fa da ponte tra queste inutili scale, completa il tutto: il costrutto di lettere articolate, un rosa più scuro rivettato su un rosa più chiaro riecheggiano questo fondamento terreno. La loro forma complessiva, tozza e rettangolare, non tende verso l’alto o verso l’esterno, ma si connette con il paesaggio. Le strutture a zigzag di queste scale reggono come un doodle. Le ripetute suggestioni delle forme delle lettere che compongono “FRANK ZAPPA”, la loro portata non è solo oltre, ma anche all’indietro e all’interno – dentro Zappa stesso e la sua storia musicale.
    La struttura della copertina è parallela al rapporto di Zappa con la sua musica: non fluttua completamente al di fuori della cornice della sua creazione, né può essere confinata dal suo contenuto ma, piuttosto, qui/fuori adesso, è presente in entrambi contemporaneamente. Con il paradiso sopra e (questo sconcertante) mondo sotto.
    I nomi di Zappa e Ravel sono stati abbreviati ciascuno in una singola lettera e nelle 5 lettere dei rispettivi cognomi in equilibrio. I loro sguardi congiunti convergono, ciascuno guardando direttamente: Ravel freddamente, Zappa in modo un po’ interrogativo, rivolto allo spettatore. Ognuno porta con sé un oggetto di soccorso: Ravel, una sigaretta, Zappa, il libro di John Godwin, This Baffling World. Il fascino di questo particolare libro risiede in parte nel titolo e nel sottotitolo – un resoconto documentato delle più grandi perplessità di tutti i tempi: fenomeni naturali inspiegabili, avvenimenti storici che ancora confondono e persone dai talenti straordinari che sfidano la comprensione. Quello è solo il cognome dell’autore, quindi guarda caso “Godwin” illustra fortuitamente la massima di Zappa secondo cui a volte puoi essere sorpreso dal fatto che l’universo funzioni, che tu lo capisca o no.
    Ma torniamo alla simmetria: quello che mi colpisce di più è che Ravel sfoggia una configurazione aggiunta di peli del viso che corrispondono allo stile del marchio di fabbrica di Zappa (e in seguito del marchio registrato). In questo sono felice di essere corretto, ma tutte le immagini di Ravel che ho potuto portare alla luce lo mostrano per lo più ben rasato; negli anni della gioventù, i suoi peli sul viso particolarmente floridi sono abbastanza diversi da quelli qui raffigurati.
    Così, proprio come il nome di Zappa è stato alterato dalla sua vicinanza alle scalinate del Bethlehem Steel, così Ravel ha subito ulteriori modifiche (la simpatica risonanza con Zappa). Il 2° pezzo della composizione in 5 parti di Ravel per pianoforte Miroirs (1905), Oiseaux tristes, doveva apparentemente ricordare una passeggiata in una foresta in una soffocante giornata estiva. Forse, nella foresta echeggiava non solo il canto degli uccelli, ma anche la risata. Ravel e Zappa lasciarono “l’edificio” a dicembre.

    (estratto dall’articolo “Lingua Franka (Part V): Who Was That Masked Man?” by Arjun von Caemmerer, The Rondo Hatton Report vol IX, 21 dicembre 2011)

    P.S.: In una foto, potete notare Ravel con baffi e barba. In un’altra immagine, Ravel è a fianco di Stravinsky.

  • Frank Zappa Movies: soundtracks & direction (Part 2)

    Frank Zappa Movies: soundtracks & direction (Part 2)

    Roxy the Movie, The Dub Room Special, Does Humour Belong in Music?, Video from Hell, Fly (colonna sonora mai pubblicata)

    Il film musicale Roxy the Movie (2015) riproduce una selezione dei brani suonati da Zappa e la sua band tra l’8 e il 10 dicembre 1973 al Roxy Theatre di Los Angeles. E’ una fedele rappresentazione del tipico concerto-evento di Zappa: si passa dalla parodia della musica mainstream e commerciale a incursioni nel jazz, dalla sperimentazione elettronica al coinvolgimento del pubblico in alcuni divertenti siparietti sul palco. Il tutto inframezzato da improvvisazioni e assoli dei vari strumentisti, incluso Zappa.

    “The Dub Room Special”, video prodotto da Frank Zappa nell’ottobre 1982, combina filmati di una performance agli studi KCET di Los Angeles (27 agosto 1974), un concerto eseguito al Palladium, NYC (31 ottobre 1981), alcuni segmenti di animazione in argilla di Bruce Bickford e interviste. Il filmato del 1974 è stato originariamente concepito come parte dello speciale televisivo A Token of His Extreme. Il tutto è stato interamente montato nella “Dub Room” del Compact Video, struttura di post-produzione a Burbank, in California.
    Il video è stato ristampato in DVD nel 2005 con interviste tagliate. Nel 2007 è stata pubblicata una colonna sonora con lo stesso titolo. Nel 2013 il video originale del 1974 “A Token Of His Extreme” è stato pubblicato su DVD.

    “Does Humour Belong in Music?” (1985) è un video del concerto di Zappa al The Pier di New York City che ha avuto luogo il 26 agosto 1984: include alcuni segmenti di interviste. È stato pubblicato in VHS dalla MPI Home Video nel 1985 e ristampato in DVD nel 2003 dalla EMI.

    https://www.youtube.com/watch?v=X7W-jdyWO7E

    “Video from Hell” (1987) è una raccolta di brani musicali e video provenienti da una serie di progetti che Zappa probabilmente pensava di completare e pubblicare per l’home video, ma il progetto alla fine non fu ultimato. Molti pezzi di questo video erano apparsi in uno special intitolato “You Are What You Watch”. Il video musicale della canzone “G-Spot Tornado” presenta filmati a colori in 8 mm che Zappa ha girato ad una fiera nei primi anni ’60, mentre il video musicale di “Night School” contiene filmati tratti dal lungometraggio 200 Motels. Video from Hell contiene anche il video musicale di “You Are What You Is” bandito da MTV.
    Il titolo, molto simile all’album strumentale Jazz from Hell (1986), è descritto da Zappa come un riferimento politico: “Le cose in America possono venire dall’inferno. In questo momento abbiamo un presidente dall’inferno (Reagan) e un Consiglio di sicurezza nazionale dall’inferno, quindi dovremmo aggiungere anche Jazz from Hell”.

    https://www.youtube.com/watch?v=jQyM3vqCgcw

    Cheepnis è un brano di Frank Zappa che rende omaggio ai film di mostri a basso budget. “I love monster movies” dichiara Zappa nel live Roxy & Elsewhere (1974), nel momento in cui presenta per la prima volta Cheepnis rivelando il suo amore per il film It Conquered The World (1956) e per i film horror in generale specificando che “l’economicità, nei film di mostri, non ha nulla a che vedere con il budget anche se aiuta”. Il testo della canzone descrive il mostro Frunobulax, un enorme barboncino ispirato dal suo cane pastore Fruney. Il barboncino è un tema ricorrente nei brani di Zappa, un esempio di continuità concettuale. Cheepnis faceva parte del musical inedito “Hunchentoot” che Zappa scrisse nel 1972.

    Nel 2018, Alex Winter ha svelato i file mai pubblicati e sconosciuti di “Fly”, una colonna sonora realizzata su Synclavier. Frank Zappa amava il film “The Fly” con Vincent Price realizzato negli anni ’50, oltre ai film di mostri in genere di quel periodo. Fa riferimento a quel film su JABFLA, durante Billy the Mountain.

    https://www.youtube.com/watch?v=DBjDERuqs-Y

  • Frank Zappa Movies: soundtracks & direction (Part 1)

    Frank Zappa Movies: soundtracks & direction (Part 1)

    200 Motels, The True Story of Frank Zappa’s 200 Motels, Baby Snakes, Uncle Meat, The Amazing Mr. Bickford, The World’s Greatest Sinner

    “200 Motels” (1971), film musicale surrealista, è stato scritto e diretto da Frank Zappa e Tony Palmer con musiche di Zappa. E’ stato il primo lungometraggio in videocassetta, trasferito su pellicola da 35 mm con una stampante per pellicole Technicolor utilizzata dalla BBC (un processo che ha consentito nuovi effetti visivi). Costato 679.000 dollari, presenta una combinazione di brani rock e jazz, musica orchestrale e dialoghi comici. La colonna sonora si basa ampiamente sulla musica orchestrale.
    Il film tenta di ritrarre la follia della vita on the road del musicista rock: consiste in una serie di vignette sconnesse intervallate da filmati di concerti dei Mothers of Invention.

    https://www.youtube.com/watch?v=_-vhuHZjM6k&t=1s

    “The True Story of Frank Zappa’s 200 Motels” è un film documentario pubblicato nel 1988 da Frank Zappa, che descrive in dettaglio la realizzazione del film “200 Motel” del 1971. È stato pubblicato direttamente in video.

    https://www.youtube.com/watch?v=fPeMh1s9TIk&rco=1

    “Baby Snakes” (1979) è un film che include filmati del concerto di Halloween di Frank Zappa del 1977 al Palladium Theatre di New York, buffonate nel backstage della troupe e animazioni in stop motion in argilla del pluripremiato animatore Bruce Bickford. Il film venne presentato in anteprima il giorno del 39esimo compleanno di Zappa, il 21 dicembre 1979, al Victoria Theatre di Manhattan. Il film è uscito per la prima volta su videocassetta nel 1983 in due versioni: edizione completa e versione modificata di 90 minuti. In seguito, Baby Snakes è stato pubblicato in DVD il 9 dicembre 2003 da Eagle Vision United States nella sua forma completamente inedita.

    “Uncle Meat”, film del 1987 scritto e diretto da Frank Zappa, fu concepito nel 1968 come veicolo per The Mothers of Invention, ma rimase incompiuto fino a 20 anni dopo l’inizio della produzione. Le riprese del concerto della Festival Hall di Londra si alternano ad una narrazione immaginaria che combina elementi di fantascienza e storie ‘on the road’ ispirate alle scappatelle sessuali della band. La seconda trama funge da critica all’industria musicale: in forma di thriller politico, descrive gli sforzi di un musicista per ottenere il successo commerciale. Il film utilizza filmati del 1968, 1970 e 1982, registrazioni in studio e live di diversi concerti che hanno permesso a Zappa di completare il film mostrando la validità della sua musica nel corso del tempo.

    https://www.youtube.com/watch?v=BeeTrv41ATo&t=442s

    Chiunque abbia familiarità con la musica di Frank Zappa e con l’animatore di argilla Bruce Bickford non dovrebbe sorprendersi per la visione di “The Amazing Mr. Bickford”, film oscuro, inquietante e allucinatorio, pubblicato nel 1987 da Frank Zappa. Contiene brani orchestrali di Zappa abbinati alle animazioni di Bruce Bickford. Questo filmato, che non è mai stato disponibile su DVD, è una corsa selvaggia e strana di forme in continua trasformazione, figure umane, volti distorti e ambienti surreali. Il presser di questo film l’ha giustamente descritto come una fusione di “Peter Pan, Ray Harryhausen e The Wild Bunch”…

    https://www.youtube.com/watch?v=H2ib-IHejVM&t=358s

    The World’s Greatest Sinner, film drammatico americano del 1962, è stato scritto, diretto, prodotto e interpretato da Timothy Carey. La colonna sonora è di Frank Zappa.
    Per ulteriori dettagli clicca qui
    https://www.youtube.com/watch?v=bliE5b-MbBQ

  • Frank Zappa, Roxy Performances: the legendary event on Sunset Strip in LA, review

    Frank Zappa, Roxy Performances: the legendary event on Sunset Strip in LA, review

    Montana, Dupree’s Paradise, Dickie’s Such An Asshole, Don’t eat the yellow snow

    Le performance al Roxy Theatre al Sunset Strip di Los Angeles sono tra i migliori spettacoli live mai eseguiti da Zappa e dai Mothers. Quando si esibirono, nel 1973, tra canzoni vecchie e nuove, il Roxy Theatre era stato aperto da poco.
    Parte delle serate sono state rese disponibili negli album Roxy & Elsewhere (1974) e Roxy by Proxy (2014) – senza contare Roxy: The Movie (2015) – prima che lo storico evento al Roxy venisse raccolto e editato nel cofanetto da 7 CD The Roxy Performances corredato da un booklet di 48 pagine ricco di foto e note di copertina del Vaultmeister Joe Travers, resoconti della scrittrice australiana Jen Jewel Brown ed un saggio del cantante/chitarrista americano Dave Alvin.
    Nel 2016, sono state mixate dal Craig Parker Adams 8 ore di musica da nuovi nastri in alta definizione trasferiti dai multi-traccia originali.

    “E’ una delle mie formazioni FZ preferite in assoluto. Questo cofanetto contiene alcune delle migliori serate musicali che Los Angeles abbia mai visto in un locale storico” (Ahmet Zappa, co-produttore del progetto The Roxy Performances).
    Il 9 e 10 dicembre 1973, Zappa e i suoi collaboratori presentarono un lungo spettacolo teatrale in 4 show dopo aver provato (il giorno prima, l’8 dicembre) le riprese del film/soundcheck. The Roxy Performances rivela gli spettacoli anticipati e tardivi delle serate fornendo anche un interessante backstage a porte chiuse. Si tratta di una sessione di registrazione privata (solo su invito) ai Bolic Studios di Ike Turner per registrare gli overdub destinati all’album Roxy & Elsewhere filmando l’intera session. In più, contiene un brano inedito, That Arrogant Dick Nixon.

    I 5 spettacoli presentano canzoni dal 1969 al 1973, con molti brani selezionati da Uncle Meat, Hot Rats, Waka/Jawaka e Over-Nite Sensation . Tra le tante chicche live, troviamo brani come Village Of The Sun, Pygmy Twylyte, Cheepnis, I’m the Slime, Penguin In Bondage, Dickie’s Such an Asshole, Inca Roads, Be-Bop Tango, King Kong, Chunga’s Revenge, Son of Mr. Green Genes.
    Le esibizioni, impeccabili e ricche di brividi improvvisativi, sono improntate su una musica più jazz che rock.
    Ad affiancare Zappa, troviamo George Duke (tastiere), Tom Fowler (basso), il fratello Bruce Fowler (trombone), Don Preston (sintetizzatori), Ruth Underwood (percussioni), Ralph Humprey e Chester Thompson (batteria).
    Nel 1973, il Los Angeles Times elogiò le performance dei Mothers, mentre il Los Angeles Herald Examiner definì Zappa “il John Cage della controcultura”.
    A giudicare dalle immagini, Frank Zappa e la sua band trasudano gioia, entusiasmo, euforia nel vivere questa esperienza.
    Per il concerto al Roxy, Kerry McNabb fu incaricato di registrare su una console a 16 tracce presa in affitto.

    Potremo mai vedere parte del film girato al Roxy nel ’73?
    “No, a meno che io non diventi molto, molto ricco ed abbia un sacco di tempo libero. Tutto il film è stato trasferito al video, ma nessun audio è stato sincronizzato. Prima di poterlo modificare, tutto deve essere sincronizzato: questo è un processo piuttosto lungo e costoso. L’editing video costa un sacco di soldi e non ho nessuna di quell’attrezzatura a casa, quindi devo sempre fare affidamento sullo studio di qualcun altro che costa dai 600 ai 700 dollari l’ora” rispose Zappa a Society Pages (intervista pubblicata nel numero 7 – settembre 1991)

    “I negativi del film furono trasferiti dallo stesso Frank Zappa negli anni Ottanta utilizzando la tecnologia all’epoca disponibile. Quello che vogliamo fare adesso è tornare indietro ai negativi originali e ritrasferirli in alta definizione per poi creare un missaggio audio 5.1 dai nastri master. Una volta fatto ciò, bisognerà poi passare al montaggio. Mettere insieme il programma, le varie inquadrature, cosa mostrare e da quale angolazione, e se includere materiale video da uno solo o da tutti e tre gli show. Si tratta di roba grandiosa, ma il processo di produzione costerà un sacco di soldi e prenderà parecchio tempo” (Joe Travers).

    La chitarra usata da Zappa nei concerti al Roxy Theatre è stata ribattezzata Roxy SG: la chitarra replica dello strumento di Zappa è stata prodotta da Gibson in edizione limitata a soli 400 esemplari.

  • Frank Zappa, King Kong: meaning, review, 4 Live versions

    Frank Zappa, King Kong: meaning, review, 4 Live versions

    Live Stoccolma 1967, Live Essen 1968, Live Parigi 1970 (con Jean-Luc Ponty), Live 1988 (Make a Jazz Noise Here)

    Frank Zappa compose il brano strumentale King Kong nel 1967 ispirato al film omonimo di successo del 1933, il classico film di mostri americano diretto da Merican C. Cooper ed Ernest Schoedsack.
    Inizialmente, questa composizione strumentale fu pubblicata nel 1969 (album Uncle Meat) con The Mothers of Invention.
    Nel 1971, l’incendio al Casino de Montreux (Ginevra, Svizzera) divampò proprio nel bel mezzo dell’assolo al sintetizzatore di Don Preston in King Kong.

    “Vorremmo suonare per voi la leggenda di King Kong. E’ la storia di un grosso gorilla elettrico confinato in un’isola da qualche parte in mezzo all’oceano, che conduce un’esistenza felice mangiando banane, finché un giorno un gruppo di imprenditori americani decidono di imbarcarsi e di catturarlo. Lo portano negli Stati Uniti, lo espongono facendo un sacco di soldi e poi lo uccidono… Il gong, simbolo di tutto quello che vive nella giungla e odora di gorilla. Ritmi della giungla, osceni e palpitanti. Emozioni piccanti e sudate tra flora e fauna esotiche” (Frank Zappa, Live Vancouver, 1968).

    Esistono numerose versioni di King Kong, tra cui quelle di Lumpy Gravy (1967, Hollywood), Season to be Jelly (1967, Stoccolma), Uncle Meat (in studio, live al Miami Pop Festival), Electric Aunt Jemima (1968, Essen), Live a Londra del 1968 e Live a Parigi del 1970, Man in Nirvana (1968, Fullerton), Live a Montreux (1971), You Can’t Do That on Stage Anymore, Vol. 3 (1971+1982), Make a Jazz Noise Here (1988), Hammersmith Odeon, versione Roxy Performances, Baby Snake (AAAFNRAA 2012).

    Qui trovate 7 ore di live

    https://www.youtube.com/watch?v=OgY-TIect-g

    “King Kong: Jean-Luc Ponty Plays the Music of Frank Zappa” è un album del 1970 realizzato dal violinista jazz francese Jean-Luc Ponty in tandem con Zappa, autore e arrangiatore di tutti i brani tranne How Would You Like to Have a Head Like That (composto dallo stesso Ponty). Prima di questo album, il violinista aveva già collaborato con Zappa per l’album Hot Rats pubblicato nel 1969. Le registrazioni di Hot Rats rappresentarono sviluppi significativi nella carriera sia di Zappa sia di Ponty. Zappa è stato uno dei pochi musicisti rock a catturare la complessità (non solo la sensazione) del jazz, mentre per Ponty King Kong segnò la prima volta in cui registrò come leader in un ambiente orientato alla fusion.

    Il brano sperimentale e avanguardista King Kong è stato riarrangiato ed eseguito in vari contesti durante la carriera di Zappa. Spesso, ha funzionato da piattaforma per l’improvvisazione mettendo in mostra la maestria strumentale della sua band.
    Raccontando la leggendaria storia del gigantesco gorilla Kong, forse Zappa aveva intenzione di raccontare la storia di qualcuno che, pur avendo una forza o un potenziale immenso, fa fatica a trovare il suo posto nella società.
    Nella registrazione dal vivo di Make a Jazz Noise Here, i testi frammentati e disconnessi suggeriscono un commento politico e sociale tipico di Zappa. La storia immaginaria ambientata a Cleveland è legata al periodo del Devoniano superiore, un pesce creativo e talentuoso che venne attaccato da squali fanatici religiosi. Va da sé che questa storia funge da metafora: evidenzia la natura distruttiva delle ideologie fanatiche e divisive che minacciano di distruggere la creatività e la vita stessa.
    Il dialogo tra il senatore Hawkins ed i suoi interlocutori suggerisce un clima caotico e conflittuale. Le due frasi “Bruciate l’edificio! State andando all’inferno” potrebbe rappresentare il desiderio di sradicare o distruggere qualcosa da parte di istituzioni politiche o sociali corrotte. I riferimenti ripetuti a bidet, fellatio, sodomie sfidano tabù e desideri repressi o disapprovati dalla società, i limiti della censura e della conformità. Termini come sport shirt e couchon (maiale in francese) suggeriscono una critica al consumismo e alla gola, alla cultura capitalista che promuove materialismo ed eccesso.

    King Kong è un 3/8 che si presta a diversi trattamenti, terreno ideale di estese dilatazioni improvvisative all’interno delle quali può avvenire di tutto. In un certo senso, il brano ha rappresentato per Zappa – che lo terrà in scaletta per lunghi periodi (anche solo come citazione) fino al tour del 1988 – ciò che My Favourite Things fu per John Coltrane. (Roberto Valentino, Musica Jazz, dicembre 2020)

    “King Kong è un brano semplice con accompagnamento in re minore. In effetti, direi che l’80% dei brani che abbiamo con degli assoli sono nella stessa tonalità. Adoro gli accompagnamenti in re minore con un preaccordo maggiore. Ti dà un bell’effetto modale”.
    (Frank Zappa, International Times, febbraio 1971)

  • Frank Zappa & Electronic Music: FZ’s pioneering work

    Frank Zappa & Electronic Music: FZ’s pioneering work

    The Return of the Son of Monster Magnet (Freak Out, 1966)
    Jazz From Hell (brano dell’omonimo album, 1986)
    N-Lite (Civilization Phase III, 1991)

    Anche nella musica elettronica, Frank Zappa è stato in grado di indicare nuove strade da percorrere.
    In fondo, ha sempre inserito nei suoi lavori ‘momenti’ di elettronica. E’ sufficiente citare The Return Of The Son Of The Monster Magnet (dall’album Freak Out), brano di musica concreta che l’autore avrebbe voluto completare con ulteriori sovraincisioni ma che è rimasto incompiuto.
    L’elettronica era già presente nel suo concerto del 19 maggio 1963: le composizioni di Zappa (Opus 5 for Piano) sono state suonate dalla Pomona Valley Symphony Orchestra. Queste opere aleatorie richiedevano un po’ di improvvisazione, un pezzo per orchestra e musica elettronica registrata con immagini di accompagnamento.

    https://www.youtube.com/watch?v=TzBpJBv3T34

    In particolare, nell’album We’re Only In It For The Money, ci sono brani di musica elettronica come Nasal Retentive Calliope Music e The Crome Plated Megaphone Of Destiny.

    https://www.youtube.com/watch?v=GCYKXknGlLU

    Ma ce ne sono anche altrove con nastri accelerati e altri trucchi noti post-darmstadtiani. Tuttavia, Zappa si è dedicato sistematicamente all’elettronica solo quando ha iniziato ad usare il Synclavier, nuovo strumento di computer music con cui ha dato vita a brani umanamente ineseguibili sfogando le proprie pulsioni naturali ritmico-timbriche. Non rinuncia al sistema temperato, ma lo porta alle estreme conseguenze.
    Zappa inizia a sperimentare il Synclavier in Zappa Meets The Mothers Of Prevention (1985) con brani che hanno un carattere “pop” ma con poliritmi potenziati, oltre ogni possibilità umana, accelerazioni frenetiche e percussioni sintetiche incalzanti. Nel brano Porn Wars, Zappa elabora con il sintetizzatore voci tratte dalla sua audizione alla Commissione del Congresso sulla questione dei suoi testi “pornografici” allineandosi al filone della cosiddetta musica concreta e concludendo con un grintoso assolo rock di chitarra elettrica. Ancora più interessanti sono due brani al Synclavier di Jazz From Hell (1986): While You Were Art II e il brano (post-jazz elettronico) che dà il titolo all’album.

    Il progetto più impegnativo di Zappa al Synclavier resta, però, Civilization Phase III (1991): nel secondo disco, i brani di questo album ricordano Toru Takemitsu, che Zappa ha esplicitamente dichiarato di ammirare, a cui aggiunge la poliritmia e la percussività, immancabili nelle corde zappiane. In questo album, spiccano Navanax, Buffalo Voice e il pezzo forte N-Lite. Di Buffalo Voice esiste una versione più lunga pubblicata nell’album postumo Feeding The Monkies At Ma Maison, totalmente realizzato al Synclavier e dedicato ai maestri Elliott Carter e Pierre Boulez. Un brano “sospeso”, etereo, ipnotico, dai timbri cristallini e dalle accelerazioni poliritmiche discrete alternate a momenti di stasi. Qui l’influenza di Takemitsu diventa più marcata e l’effetto è ‘psichedelico’. N-Lite non è un semplice brano: è un poema sinfonico o un balletto: la seconda parte è carica di una tale quantità di timbri che – come dice qualcuno – nella storia della musica non esiste nulla di simile. E’ un enorme calderone di suoni ed effetti: potrebbe apparire come aleatorio e caotico ma Zappa non lascia nulla al caso. N-Lite fa parte delle opere più importanti dello Zappa “serio” e si pone come capofila della computer music contemporanea.

    Un altro brano da non perdere, sempre al Synclavier, è Grand Wazoo (da non confondere con il disco omonimo). E’ stato pubblicato nell’album postumo Lost Episodes: raffinato, ricercato nelle nuance timbriche, rivela un gusto sofisticato di Zappa che non tutti conoscono.
    La musica ‘seria’ di Zappa include monologhi e dialoghi che rappresentano veri e propri recitativi moderni nell’ambito della ‘musica concreta’, basata su suoni e rumori naturali. Nei lavori di John Cage il ‘parlato’ faceva parte del suo apparato musicale tanto quanto il silenzio. Da questo punto di vista, Zappa non ha inventato nulla, l’ha solo sviluppato e personalizzato con nuove implicazioni.
    Esiste una versione al Synclavier della colonna sonora del documentario Outrage At Valdez, brano eseguito in versione molto più breve dall’Ensemble Modern in The Yellow Shark.

    https://www.youtube.com/watch?v=I8_wz-UmMec

    Pensiero di Zappa su Edgar Varèse
    “È un grande errore associare Edgar Varèse ai compositori elettronici perché non c’è un compositore elettronico in giro oggi che possa baciargli le scarpe. Riuscì ad ottenere nuovi suoni da strumenti normali. Sognava suoni che erano disegni e forme e che nessuno aveva mai sognato prima; suoni che potrebbero essere facilmente eseguiti oggi con apparecchiature elettroniche. Ha trovato un modo per ottenere quei suoni con un’orchestra e questo è fare qualcosa di significativo”.
    (Frank Zappa, The Valley News, 30 dicembre 1977)

  • Frank Zappa & guitar solos: evolution in rock from the late 60s to the 80s

    Frank Zappa & guitar solos: evolution in rock from the late 60s to the 80s

    Nine Types Of Industrial Pollution (1972, chitarra acustica)
    Black Napkins – Zoot Allures (Live 1979, Baby Snake)
    After Dinner Smoker (Live al Palasport di Genova, 1988)

    Dopo il 1974 la musica di Frank Zappa si fa più dura, aggressiva, elettrica. La band abbandona i fiati, il jazz e il funk di Overnite Sensation per ridursi ad un organico molto ristretto di chitarra, basso, batteria e tastiera. Un disco ‘minore’ di questo periodo è Zoot Allures insieme a tanti live dal vivo in bootleg o album postumi.
    Siamo nel 1975-1976. Con Zoot Allures Zappa sperimenta un nuovo modo di approcciarsi all’assolo di chitarra, più articolato e “compositivo”; i tuplet cominciano a farsi frequenti anche nell’improvvisazione fino a sfociare nel triplo album Shut Up And Play Your Guitar, che raccoglie assoli dal ‘76 al ‘79.

    Negli anni 1967-68, la chitarra di Zappa non è distorta, ha spesso un andamento da saltarello-tarantella enfatizzato dall’ossessivo drumming di Jimmy Carl Black, con la sua iterazione ipnotica, probabilmente voluta. Fa eccezione Nine Types of Industrial Pollution (dell’album Uncle Meat) che resta un unicum creativo nella storia della chitarra rock.
    Negli anni 1970-1972, il solismo zappiano si fa più swing e più elaborato, pur mantenendo sempre le tracce da tarantella.

    Nel 1973-1974 la chitarra di Zappa diventa sempre più blues calando di tono. Ha bisogno di concentrarsi sulla chitarra, così licenzia gran parte dei collaboratori (anche per ragioni di carattere economico). I brani della svolta sono Zoot Allures, Black Napkins e The Torture Never Stops, che dal vivo vengono eseguiti in mille versioni, sempre più evolute. Le influenze si ampliano, la musica diviene più marcatamente modale, si fanno strada le scale a toni interi. La sua musica è ispirata all’etnico, al greco-cretese, soprattutto ai raga di Ravi Shankar. Un’evoluzione dimostrata in Shut up.
    Ad un certo punto, lo stile chitarristico di Zappa riceve un impulso dall’attento ascolto di Phil Miller in certe performance, soprattutto dal vivo, degli Hatfield and the North (1974). Il capitolo mai aperto, soprattutto per carenze culturali del giornalismo musicale, è quello del rapporto tra Zappa e il prog inglese, secondo le dichiarazioni di amore dello stesso Zappa nei confronti dei Gentle Giant e di Allan Holdsworth.

    Nel 1976 il timbro è poco (o non affatto) distorto, mentre si fa più hard nel 1977. In Sheik Yerbouti (1977), Zappa flirtava anche con il punk, si nota un nuovo passo in avanti nel modo di concepire l’assolo; lo stesso avviene in Tinsel Town Rebellion (1980). Rispetto al 1976, perde un po’ in swing ma ci guadagna in complessità armonica e ritmica grazie alla diffusione dei tuplet.
    Nel solismo di Joe’s Garage, il timbro continua a non essere distorto; l’andamento è sinuoso, ipnotico, circonvoluto, arioso.
    Dopo il 1979 e almeno fino al 1982 (col passaggio dal batterista Vinnie Colaiuta a Chad Wackerman), la chitarra di Zappa si fa ancora più dura, sempre più ricca di contorsioni, per poi ammorbidirsi un po’ nel 1984 (lo dimostrano il doppio album Guitar e i vari volumi di YCDTOSA, oltre che in Them or Us). Pensiamo, in particolare, ai vari assoli tratti da Inca Roads e all’assolo che accompagnerà Black Page.

    Un disco importante del 1982 è Ship Arriving Too Late To Save A Drowning Witch, con svariati assoli, in cui Zappa non perde il gusto per la composizione rock-complessa e poliritmica.
    Nel solismo zappiano si notano talvolta momenti “antiestetici” (di cui il compositore è perfettamente consapevole). Probabilmente, si tratta di una specie di cageana “estetica del brutto”. Se ne deduce che l’influenza di John Cage su Zappa sia superiore a quanto di solito non si pensi.
    Nella tournée del 1988 (e nel disco Trance Fusion) il solismo di Zappa si evolve ancora con brani più hard alternati a brani più “acustici” ma i tuplet si moltiplicano.
    Prima di morire, Zappa ci ha riservato un’altra sorpresa. Nei suoi sporadici concerti nell’Est Europa del 1991, il sound della chitarra si distende e si rilassa, il timbro (pur distorto) si affievolisce. Risuonano più evidenti gli echi di Jerry Garcia. Lo stile di Zappa recupera un certo “swing”, che già si notava nel 1988.

    Qualche considerazione sulle canzoni prettamente rock di Zappa:
    – Rappresentano un’occasione per sviluppare i suoi testi provocatori legati al free speech e al primo emendamento;
    – Servono ad allentare la tensione dovuta a brani più complessi per far tirare un sospiro di sollievo ad un pubblico meno sofisticato;
    – Pur essendo più complesse di quelle presenti sul mercato, sono relativamente commerciali. Servono a Zappa per fare un po’ di soldi da reinvestire in imprese più impegnative, auto-finanziate come quelle orchestrali;
    – Sono una buona occasione per lanciarsi in assoli;
    – Talvolta, erano piccole ‘opere’ che a Zappa, effettivamente, piacevano (pensiamo al trittico I’m A Beautiful Guy / Beauty Knows No Pain / Charlie’s Enormous Mouth da You are what you is).

  • Frank Zappa, Regyptian Strut: the power of keywords according to a certain Egyptian theory

    Frank Zappa, Regyptian Strut: the power of keywords according to a certain Egyptian theory

    Versione dell’album Lather (1996)

    Immagine di copertina di Salvador Luna (Lunatico)

    Regyptian Strut fa parte dell’album Sleep Dirt, registrato tra il 1974 e il 1976 e pubblicato a gennaio 1979. E’ incluso anche nell’album Lather (1996).
    E’ uno dei migliori brani strumentali di Frank Zappa: comprende 13 sovraincisioni di trombone (Bruce Fowler), il magico xilofono di Ruth Underwood ed il piano irrefrenabilmente funky di George Duke. L’incedere R-Egiziano è ricco di sordidi ottoni e stucchevoli note di pianoforte da cabaret. Nell’album Sleep Dirt, la chitarra di Zappa è estrema ma non rock, c’è il basso acustico ma non è jazz, molto materiale scritto ma non è un brano classico. Include riff nodosi, ballate acustiche e jazz-fusion intricate, contributi creativi della sua band all’epoca composta da Terry Bozzio, George Duke, Chester Thompson, Patrick O’Hearn, Ruth Underwood e Bruce Fowler. Insomma, è uno degli album meno classificabili del catalogo di Zappa.
    Le radici di Sleep Dirt affondano in uno scandaloso musical di fantascienza scritto nell’estate del 1972. La sceneggiatura di 81 pagine di Hunchentoot richiedeva 10 attori, un coro di 10 persone e un’orchestra di 22 elementi. Seppure il musical non sia mai stato eseguito (nonostante Zappa abbia, a quanto pare, cercato di assicurarsi Barbra Streisand per il ruolo principale), molte delle sue 14 canzoni sono state sparse in tutto il suo catalogo: ad esempio, “Think It Over” (The Grand Wazoo, 1972) e “The Planet Of My Dreams” (Them Or Us, 1984). “Time Is Money”, “Spider Of Destiny” e “Flambay” furono registrati nel dicembre 1974 al Caribou Ranch in Nederland (Colorado) e inclusi in Sleep Dirt.
    Il maestoso ‘incedere egiziano’ – un mix di bassi, xilofoni e ottoni – è in linea con lo stile di The Grand Wazoo. Si apre in modo piuttosto drammatico prima che fiati e tamburi prendano il sopravvento. La traccia inclusa in Sleep Dirt contiene una parte di chitarra acustica di Zappa e James Youman.

    Da bambino, Frank Zappa leggeva molto e, tra tante letture, gli capitò di immergersi nel mondo dell’antico Egitto. Un particolare contribuì a definire il suo stile espressivo.
    “Zappa aveva introiettato fin da piccolo un atteggiamento tra il dada e il surreale nei confronti dell’espressione verbale, manipolabile fino a livelli allucinatori. In ogni concerto decideva the secret word (la parola segreta della serata). Quella parola costituiva un tormentone negli intercalari e negli interventi parlati della band, finiva per modificare anche i testi delle canzoni. La sua attenzione per il potere della parola era nata quando da bambino aveva trovato, in un vecchio libro, la teoria egizia della trasmigrazione dell’anima e della vita ultraterrena. Il Faraone, fin da piccolo, doveva imparare le parole-chiave che designavano ognuno dei luoghi che l’anima avrebbe dovuto attraversare dopo il trapasso: guai a sbagliare il nome! Ciò suscitò in lui la convinzione che la realtà fosse condizionata dalle parole e che ogni paradosso fosse affidato alla manipolazione del linguaggio. Un’altra forma della sua creatività musicale era invece di carattere grafico e risaliva all’età di circa 14 anni, quando le sue conoscenze musicali andavano poco oltre la lettura di spartiti per percussioni non intonate. Si mise a comporre musica scritta perché era affascinato dalla resa grafica delle note sul pentagramma: si era convinto che, conoscendo le regole combinatorie e il significato delle note sul pentagramma, si potesse diventare automaticamente compositori. Fin da ragazzino applicò metodi complessi come le tecniche seriali e microtonali. Cambiò radicalmente idea sulle sue opere giovanili quando ebbe modo di ascoltarle, e allora si rese conto che la verità musicale è una verità pratica, che il momento in cui un’opera è finita è quello in cui si giudica soddisfacente la sua resa sonora. A decidere, insomma, è l’orecchio. Fu, da questa prospettiva, un totale empirista che però aveva un sesto senso per le relazioni formali di tutti i tipi. Un ‘compositore’ per tutti i media”.
    (Gianfranco Salvatore, musicologo, biografo di Frank Zappa – Mangiare Musica giugno 1994)