“Odio le canzoni d’amore. E’ difficile accettare che siano la forma d’arte suprema… e quei gruppi soul che dicono tutti ‘quanto sono soul’ come se il massimo della vita fosse ballare, sudare e guardare l’orologio”.
Zappa considerava il rock un genere vuoto, autocelebrativo e borioso.
“La D’Mini Strat che ho è incredibile; non puoi credere ai suoni che escono da quella chitarra. È assurdo. Ne sto facendo fare una speciale con un corpo un po’ più profondo in modo da poterci mettere un vibrato bloccante. La Strat è accordata fino a Fa#. Sulla piccola Strat uso corde Gold Maxima. Ho fatto modifiche alla D’Mini Strate. Il manico e il corpo sono di serie, ha pickup Seymour Duncan e un equalizzatore parametrico incorporato con “Q” [risonanza] variabile; è quello con le manopole concentriche. È stato progettato su misura qui all’Utility Muffin Research Kitchen. C’è un controllo del volume e un tappo argentato che sostituisce un altro parametrico che si è rotto quando ero in tour. Ha un selettore a tre vie e l’interruttore a levetta serviva per passare da un parametro all’altro. Avendo due parametrici, sono stato in grado di preimpostare due diversi tipi di feedback boost. Le schede dei circuiti sono state lavorate da Midget Sloatman ed Eddie Clothier. Anche David Robb, che era il tecnico della chitarra nell’ultimo tour, ci ha lavorato un po’…”.
“Quando sono andato più a fondo nella musica di Zappa, ho sempre trovato grossi motivi di interesse. Mi piace molto, ad esempio, il suo atteggiamento ritmico. Usa moltissimi elementi jazzistici ma adattati ad un contesto sinfonico o rockettaro; per capirci meglio, li usa tutti in battere e non in levare, una caratteristica molto bizzarra. E poi un uso timbrico molto interessante, insieme alla grande scioltezza nel mettere insieme diversi generi”.
(Eugenio Colombo, jazzista – Mangiare Musica giugno 1994)
“Zappa esprime la musica del villaggio globale. Non è più musica strettamente americana o un genere ben definito. Frank suona musica sui generis che diventa di genere solo quando lui si diverte a farlo: è un qualcosa a sé stante, un non-genere. Non ci sono più limiti e non ci sono barriere. Questa è la lezione più grande che lui abbia dato perché, in qualche modo, coinvolgeva anche la musica colta, il jazz, quello che è stato e che sarà la musica rock commerciale, la musica delle radio, la muzak vera e propria, il kitsch, qualsiasi cosa. Tutto è buono se utilizzato nella maniera giusta”.
(Ernesto Assante, critico musicale, Mangiare Musica giugno 1994)
“Zappa è, in qualche modo, il Gershwin del rock alternativo, rappresenta la capacità di usare tutto nella stessa maniera. L’altra sua geniale intuizione fu quella di laicizzare il rock che, in quel momento, stava correndo grandi rischi di retorica, di mistica, nella stessa California dove operava lui. La California più altisonante, trionfalistica, che aspirava alla musica come tautologia globale dell’universo”.
“Mi piace definirlo come una sorta di anticorpo prodotto dal rock stesso nel suo momento di massima autocelebrazione. Zappa era questo, in senso totale, soprattutto attraverso gli strumenti della satira. La sua musica si è sempre espressa a un doppio livello, a volte compresente, a volte separato. Da una parte, affermazione, la proposta di strutture musicali innovative come, ad esempio, le composizioni di Grand Wazoo e Waka/Jawaka, dove c’è un valore di affermazione puro e semplice di nuove strutture musicali. Dall’altra, negazione con la satira, la derisione, la distruzione delle convenzioni”.
“Il suo rapporto con la psichedelia era molto ironico. Ha sempre detestato e combattuto l’uso delle droghe, un comportamento molto anomalo in quegli anni. Era un laico, predicava l’espansione della coscienza in un modo del tutto personale, dal punto di vista culturale, né mistico né psichedelico. Poi, dimostrò un gran carattere nel ridicolizzare da subito le pose delle rockstar. Metteva in scena la parodia di una certa prosopopea dello strumentista e del virtuosismo tecnico, un immediato controcanto alla retorica di quegli anni”.
(Gino Castaldo, critico musicale, Mangiare Musica giugno 1994)
Perché Zappa non ha mai creato una scuola di pensiero che proseguisse il suo cammino?
“Non è questo un problema soltanto di Zappa ma di tutti i grandi individualisti. Zappa ha sempre fatto una musica che era la diretta rappresentazione di se stesso e della sua personale visione del mondo, perciò può soltanto avere degli epigoni, non dei continuatori. Data invece la mole di opere che ci ha lasciato, gli studi zappiani continueranno ancora per decenni.
Qual è stato il ruolo della tecnologia nelle composizioni di Zappa?
“Zappa aveva imparato che la conoscenza degli aspetti matematici della musica non è niente di astrattamente neo-pitagorico, ma una sorta di fucina da cui si possono ottenere risultati profondi a patto di essere aggiornati sulle tecnologie esistenti e di avere la possibilità di sperimentare. Fu tra i primi ad utilizzare le tecnologie musicali elettroniche. Riguardo al Synclavier, la ditta che lo produceva accusò il musicista di sottoporre la ‘creatura’ a stress perché Frank pretendeva di usarlo in maniera impropria forzandone i circuiti per ottenere più di quanto il Synclavier potesse dare, pur essendo a tutt’oggi lo strumento digitale più complesso, almeno tra quelli che si producono in serie. Per usare un paradosso, ci si potrebbe chiedere quanto Zappa abbia influito sulle tecnologie, non viceversa. Come Ellington o Stockhausen, Zappa creava musica in base alle sonorità che aveva a disposizione, umane o tecnologiche che fossero. La ragione per cui molti suoi lavori recenti sono rimasti incompiuti sta nel fatto che lui ‘fabbricava’ i suoi suoni e così, ogni volta che riprendeva dalla memoria del Synclavier le composizioni in gestazione, non riusciva a portarle avanti perché il suo istinto gli suggeriva di modificarne radicalmente i timbri e ciò gli portava via moltissimo tempo”.
“Frank Zappa è stato uno dei primi ad usare i cartoni animati, che rimangono la parte migliore del film 200 Motels e per i quali si avvalse della collaborazione di Chuck Swenson. Zappa è sempre stato un grande frullatore di immagini e, anche in questo film, introduce tutti gli elementi della cultura freak, dal tipo di disegni e colori alla contestazione della cultura ufficiale, pur standone sempre un gradino più in alto. Il gusto di girare l’aveva sempre avuto: già giovanissimo realizzava filmini in 8mm. Aveva fatto proprio il concetto avanguardistico di arte totale di derivazione futurista. Ha molte caratteristiche che risalgono ai surrealisti e ai dadaisti, ad André Breton. Zappa ha il grosso pregio di aver intuito, quasi 10 anni prima, il discorso del videoclip ma anche il pericolo che l’eccesso di trucchi maltratti la musica come, però, secondo me avviene in 200 Motels”.
(Giandomenico Curi, giornalista e regista, Mangiare Musica giugno 1994)
Non sappiamo quanti alpinisti abbiano scalato lo Zombie Roof senza corda, di sicuro sono pochi.
Zombie Roof è il nome di una scogliera orizzontale situata sullo Smoke Bluff Wall a Squamish, una roccia orizzontale della Columbia britannica in Canada.
Prende il nome da una canzone di Frank Zappa, “Zombie Woof”.
La scala di difficoltà di Zombie Roof è 5.13°/12d.
Di recente, questa scogliera è stata scalata da Gus Ryan, uno degli scalatori più famosi del mondo.
“A Frank piaceva mettere alla prova la gente che suonava con lui. Una volta ci stavamo preparando per andare a suonare in Inghilterra. Tre giorni prima della partenza, lui arrivò e ci disse che ogni brano dello show sarebbe stato eseguito in versione reggae. Era un vero e proprio ordine. Ci facemmo un mazzo tanto per due giorni di seguito. Dopodiché lui arrivò tutto contento e disse: “Bene, ho cambiato idea, non facciamo più nulla in versione reggae”.
Bologna, ’73. Zappa e i Mothers post-Grand Wazoo festeggiano il primo decennale. Per conto mio, la sera stessa, incontro colei che cinque anni più tardi diventerà mia moglie. Nella nostra memoria affettiva dunque, viziata per di più da un’inguaribile passione per la musica dell’italo-americano, Zappa acquista un posto d’onore tutto particolare.
Los Angeles, ’82. Una session per l’Uomo Vogue apre le porte di casa Zappa a Laurel Canyon. Tre giorni indimenticabili, trascorsi tra il missaggio dell’album Ship Arriving Too Late To Save A Drowning Witch, l’arrivo di Kent Nagano per discutere l’esecuzione orchestrale di Sinister Footwear, la partenza per le vacanze di Dweezil, una visita guidata nel bunker ad alta sicurezza in cui sono conservate migliaia di registrazioni audio video, l’ascolto di nastri inediti e di vecchi singoli dei Penguins, le risate della moglie Gail.
Alla fine, l’irresistibile richiesta di un autografo. FZ ghigna beffardo all’aneddoto del mio primo incontro con Letizia. “A quale concerto vi siete conosciuti?” chiede. “Bologna ’73” è la risposta immediata e lui giù a vergare a tutte maiuscole: “A Guido e Letizia, vedete cosa succede a fare gli stupidi ad un concerto rock a Bologna?”.