“Pochissime persone possono competere con la sua abilità nel combinare gli elementi più disparati, musicali e non musicali, e nell’utilizzare tutte le possibilità offerte dalle tecniche di registrazione più avanzate forgiandole in un insieme coerente e stimolante” (Fred Frith)
(Sull’album Hot Rats) “Ne fummo profondamente impressionati perché era il primo lavoro di Zappa che poteva essere comparato ad altra musica rock. Quello che aveva fatto prima era stato così radicale e in anticipo su tutto il resto che spesso i suoi meriti non vennero riconosciuti come tali neanche nell’ambiente strettamente musicale” (Fred Frith).
Hot Rats era per molti versi un disco differente dai precedenti: essenzialmente strumentale, caratterizzato da una rigorosissima scelta dei musicisti. Ampio spazio veniva lasciato a Ian Underwood, unico superstite della vecchia band, attivo al piano, alle tastiere ed a tutti i fiati. Alla sezione ritmica apparivano addirittura tre batteristi in alternanza, più il basso di Max Bennett e l’aggiunta curiosa del ‘percussionista’ Zappa, tornato dopo molto tempo al suo primo strumento di gioventù. La sonorità complessiva venne poi caratterizzata dai violini di Sugarcane Harris e del 28enne francese Jean-Luc Ponty.
(Mangiare Musica giugno 1994)
[Sull’album Hot Rats]
“Ne fummo profondamente impressionati perché era il primo lavoro di Zappa che poteva essere comparato ad altra musica rock. Quello che aveva fatto prima era stato così radicale e in anticipo su tutto il resto che spesso i suoi meriti non vennero riconosciuti come tali neanche nell’ambiente strettamente musicale” (Fred Frith).
Con Hot Rats Zappa prende le distanze dall’immagine di freak anarchico e iconoclasta degli esordi e nel contempo si affranca dalla sperimentazione orchestrale esaltata in Lumpy Gravy del 1968 dirigendosi verso nuovi territori.
La svolta coincide con il momentaneo pensionamento dei Mothers Of Invention, qui presenti solo con il poliedrico tastierista/fiatista Ian Underwood. Pur se privato della voce – a parte Willie The Pimp, cantata con sublime sguaiatezza da Captain Beefheart – il dissacrante spirito zappiano non manca di esprimersi a partire dai tre minuti della esuberante Peaches En Regalia, sintesi mirabile di folk, country, polka, jazz, musical e quant’altro.
Se Willie The Pimp si evolve in 9 minuti di debordanti assoli di chitarra, con intuizioni ribadite nelle complesse partiture di Son Of Mr. Green Genes e nella jam The Gumbo Variations (in compagnia del violino di Don “Sugarcane” Harris), le più tenui There Must Be A Camel (sempre con il violino di Jean Luc Ponty) e Little Umbrellas parlano un linguaggio più sofisticato, in cui i colori tenui hanno la meglio sui chiaroscuri.
Tutti i brani sono comunque figli della stessa idea, quella di una musica contaminata che rende inadeguata l’etichetta di jazz-rock spesso tirata in ballo per definirla.
(Mucchio Extra 2002, intervista pubblicata su Bizarre del 1969)
In “Hot Rats”, per la prima volta, Zappa è ampiamente presente come solista ed ottiene un riconoscimento come musicista “distinto da un compositore”. Tuttavia, la base del suo stile è rimasta inalterata per gran parte della sua carriera e ha molto in comune con il modo in cui scrive.
Ad esempio, una delle caratteristiche di un brano di Zappa è la sua divisione matematica del ritmo: note legate, terzine giustapposte a semicrome, frasi ripetute come un ritmo incrociato ecc. “Uncle Meat Variations” è uno degli esempi migliori.
Questo tipo di chiarezza ritmica si nota anche nei suoi assoli. La raccolta è veloce e precisa, le sollecitazioni e le divisioni pulite; soprattutto il suo modo di suonare dipende dalla simmetria. Zappa usa le battute come frasi equilibrate, ponendo una domanda e poi rispondendo o basandosi su un’idea suonandola in modo leggermente diverso più volte di seguito.
È uno stile stranamente formale, pieno di schemi ed elaborazioni, basato sul blues ma intervallato da scale, semplici melodie ripetute e dai suoi accordi preferiti di nona e undicesima. Sebbene non sia caldo o “sentito” in senso blues, può essere ipnotico nella sua assoluta precisione.
Per quanto riguarda gli assoli, spiccano due brani strumentali: “Invocation And Ritual Dance Of The Young Pumpkin” su “Absolutely Free” e “Nine Types Of Industrial Pollution” su “Uncle Meat”. In realtà non sono tanto assoli quanto immagini sonore in cui gli elementi separati creano qualcosa di nuovo.
“Invocation” consiste in un bordone di basso 4/4 in Mi con rigido accompagnamento ritmico, su cui suonano simultaneamente chitarra e sax.
L’uso seminale della ripetizione nella musica moderna ha avuto molti sbocchi nel rock. L’idea mantrica è ‘ripeti qualcosa abbastanza spesso e diventa interessante’. Zappa, in questo senso, risulta essere uno dei primi a usare una nota, un ritmo per sostenere altri eventi musicali; “King Kong” è un altro esempio successivo.
In “Nine Types Of Industrial Pollution”, la pista si compone di tre filoni principali. Prima c’è un lento battito di basso e batteria in 4/4, suonato liberamente; poi, una grande varietà di rumori di percussioni casuali; affondato tra i due, c’è il modo di suonare la chitarra più bello ed espressivo.
La pulsazione lenta viene gradualmente accresciuta di accordi e diventa più chiara, e altri strumenti emergono brevemente e scompaiono di nuovo. L’effetto totale è cumulativo e materico. Sebbene all’inizio nessuno dei fili sembri rilevante l’uno per l’altro, arrivano ad assumere un’identità completamente nuova.
La linea di chitarra in particolare riceve significato dal contesto in cui appare e fa un’impressione più forte di qualsiasi altro sforzo istrionico di Zappa.
“L’idea del titolo dell’album Hot Rats mi venne in mente perché in Europa avevo comprato un disco dove c’era The Shadow of Your Smile con il sax di Archie Shepp. Lui prendeva l’assolo che mi diede subito l’impressione di un esercito di topi surriscaldati che uscivano squittendo dal suo strumento. Il suono era quello. Quando uscì, credo fosse il disco più sovrainciso della storia. Forse solo Les Paul aveva fatto qualcosa di simile ai suoi tempi” (Frank Zappa).
In occasione dei 50 anni dall’uscita, Hot Rats riceve un trattamento speciale che a nessuna delle opere precedenti è toccata: una moltiplicazione per sei con la pubblicazione di (forse) tutti i nastri delle session in un lussuoso e costoso box, “The Hot Rats Sessions” che comprendeva anche un libro illustrato e un gioco da tavola (Zappa Land).
Hot Rats era jazz alla portata di tutti e, allo stesso tempo, un rock per le masse che ti faceva sentire sofisticato, una spanna al di sopra degli altri dischi di successo di quell’anno (Led Zeppelin, Allman Brothers, Santana, Stooges e Mott The Hoople).
Hot Rats fu un successo negli USA: in Europa arrivò addirittura nella Top Ten. In più, cambiò del tutto l’immagine di Frank.
I musicisti in studio sono stati diretti da Johnny Otis (del Johnny Otis Show), splendente in calzamaglia di seta nera, scarpe di pelle di serpente e giacca Esquire, elegantemente casual, schioccando le dita e avvicinandosi molto al batterista sperando di ottenere un po’ più di energia nel suono battendo freneticamente le mani. Alla fine della sessione, Johnny aveva ancora tutti i capelli accuratamente sistemati; non si sono mossi di un centimetro.
Frank Zappa con Johnny Otis (a destra), l’eclettico padrino del rhythm’n’blues, batterista, vibrafonista, pianista, cantante, compositore e produttore.
Frank batteva i piedi e annuiva nella cabina di controllo attraverso ogni numero. Poi, quando le luci rosse si spegnevano, annunciava: ‘Non male’. Nella sua testa poteva sentire la versione perfetta dicendo a Ian Underwood: “Suona di fronte al muro e microfoneremo il suono mentre rimbalza dietro la tua spalla“. Ecco come hanno ottenuto quel suono davvero untuoso.
Poi, Frank interrompeva di nuovo Ian nel bel mezzo di un assolo con una revisione di diverse righe di note. Frank non si prenderebbe la briga di scriverle, basta dirle fuori di testa e Ian se le ricorda perfettamente. Beefheart insegue lo studio in attesa di cantare “Willie the Pimp” dichiarando Frank un genio.
A tarda notte Gail sarebbe arrivata con la Buick dopo che Frank aveva fatto alcuni mix di prova da ascoltare più tardi quella notte. Alle 8 o alle 9 del mattino Frank sarebbe finalmente andato a letto.
In occasione dei 50 anni dall’uscita, Hot Rats riceve un trattamento speciale che a nessuna delle opere precedenti è toccata: una moltiplicazione per sei con la pubblicazione di (forse) tutti i nastri delle session in un lussuoso e costoso box, “The Hot Rats Sessions” che comprendeva anche un libro illustrato e un gioco da tavola (Zappa Land). (Musica Jazz, gennaio 2020)
Le sessioni di Hot Rats
Hot Rats è un buon esempio di come Zappa usasse lo studio come strumento. Le canzoni sono stratificate con sovraincisioni e le uniche due costanti nei titoli di coda dell’album sono Zappa e Ian Underwood. Queste non erano canzoni collaudate e nemmeno qualcosa che Zappa avrebbe generalmente suonato in concerto durante tutta la sua carriera.
Le canzoni iniziano come schizzi e prove, ma lentamente, nel corso di alcune riprese, si uniscono e tutto risulta più spontaneo di quanto si possa immaginare.
Zappa ha prenotato tre serate ai TTG Studios di Los Angeles e ha portato con sé alcuni turnisti. La sessione si apre con una versione libera di “Peaches”.
Una buona parte di questo disco mostra come è nata “Peaches”. È stata registrata in due sezioni da un trio formato da Underwood, Shuggie Otis e Ron Selico e si può sentire la canzone evolversi in più di una dozzina di riprese mentre Zappa dà suggerimenti ricordando un regista sul set di un film.
“Arabesque” è un tema più vecchio su cui Zappa ha lavorato fin dai primi anni ’60.
Underwood, Max Bennett al basso e il batterista John Guerin affrontano “It Must Be A Camel”. Ancora una volta, si sente Zappa dirigere la band tra una ripresa e l’altra. Da lì si passa a “Natasha”.
La traccia successiva è una delle sorprese di questa sessione. “Bognor Regis” era uno di quei brani di Zappa che i superfan hanno cercato di rintracciare per anni. Un tempo era previsto come lato B, ma non è mai stato pubblicato neanche come bootleg. Qui è presentato per intero. Un blues guidato dal pianoforte di Underwood e dal violino bruciante di Harris, è una jam in studio con alcune gustose esecuzioni di Harris e Zappa, che si costruiscono l’uno con l’altro.
Il disco due si chiude con un passaggio a “Willie the Pimp”. Spogliata, è una canzone piuttosto semplice costruita attorno a un riff ripetitivo e altalenante di violino e chitarra. La band gira intorno a questo tema per qualche minuto prima che Zappa intervenga con un assolo esplosivo. Zappa suona una grossa chitarra ritmica.
Il terzo disco si apre con diverse riprese di “Transition”, un blues lento, che Zappa pubblicò come “Twenty Small Cigars”. “Lil Clanton Shuffle” è un altro blues costruito attorno al violino di Harris.
La cover di “Directly From My Heart to You è un oscuro lato di Little Richard. Zappa ha richiamato alcuni dei Mothers per questo disco: il tastierista Don Preston, il bassista Roy Estrada e il batterista Jimmy Carl Black.
“Another Waltz” è un interessante estratto delle sessions. Sembra una jam in studio – a volte ricorda “King Kong”.
Il quarto disco include “Son of Mr Green Genes”, una versione accelerata di una vecchia canzone dei Mothers e “Big Legs”, una lunga jam in studio che Zappa avrebbe modificato e ribattezzato “The Gumbo Variations”.
“Piano Music” del primo disco riappare qui con sovraincisioni di Zappa e Underwood.
Quando Hot Rats uscì nell’ottobre del 1969, mostrò un nuovo lato della musica di Zappa. Non si trattava di prendere in giro le tendenze o di mescolare i generi in un frullatore. Mette in risalto le sue composizioni e la sua abilità sia nello scrivere canzoni memorabili che come guitar hero. I lunghi assoli di chitarra lo hanno visto emergere come qualcosa di più del semplice leader trasandato dei Mothers of Invention, mentre i musicisti di cui si circondava – dai turnisti ai pesi massimi come Jean-Luc Ponty – sottolineavano le sue ambizioni di musicista.
Ma se paragonato al materiale contenuto in questa scatola, mostra anche Zappa come produttore. Si avvicinava alle canzoni come un pittore, lavorando prima sui contorni e poi usando le sovraincisioni per riempire gli spazi e aggiungere colore. Allo stesso tempo, il modo in cui girava il nastro e cercava di catturare momenti di spontaneità è quasi un approccio da regista: prendeva lunghe jam e passaggi strumentali e poi li montava e li riorganizzava strettamente in un pezzo. “Big Legs” è passato da 32 minuti larghi a 17 stretti; “Clanton” da oltre 12 minuti fino a circa cinque.
In un certo senso, Zappa era più creativo alla fine degli anni ’60 di quanto lo sarebbe mai stato in seguito. Aveva molto da dimostrare con questo disco e, pur avendo a disposizione pochi giorni per realizzarlo, il mix di canzoni forti, musicalità rigorosa e attenta post produzione ha dato vita a uno dei suoi dischi migliori e più accessibili.
(estratto da un lungo articolo pubblicato su Aquarium Drunkard, 7 febbraio 2023)
Con Hot Rats Zappa prende le distanze dall’immagine di freak anarchico e iconoclasta degli esordi e nel contempo si affranca dalla sperimentazione orchestrale esaltata in Lumpy Gravy del 1968 dirigendosi verso nuovi territori.
La svolta coincide con il momentaneo pensionamento dei Mothers Of Invention, qui presenti solo con il poliedrico tastierista/fiatista Ian Underwood. Pur se privato della voce – a parte Willie The Pimp, cantata con sublime sguaiatezza da Captain Beefheart – il dissacrante spirito zappiano non manca di esprimersi a partire dai tre minuti della esuberante Peaches En Regalia, sintesi mirabile di folk, country, polka, jazz, musical e quant’altro.
Se Willie The Pimp si evolve in 9 minuti di debordanti assoli di chitarra, con intuizioni ribadite nelle complesse partiture di Son Of Mr. Green Genes e nella jam The Gumbo Variations (in compagnia del violino di Don “Sugarcane” Harris), le più tenui There Must Be A Camel (sempre con il violino di Jean Luc Ponty) e Little Umbrellas parlano un linguaggio più sofisticato, in cui i colori tenui hanno la meglio sui chiaroscuri.
Tutti i brani sono comunque figli della stessa idea, quella di una musica contaminata che rende inadeguata l’etichetta di jazz-rock spesso tirata in ballo per definirla.
(Mucchio Extra 2002, intervista pubblicata su Bizarre del 1969)
Hot Rats era per molti versi un disco differente dai precedenti: essenzialmente strumentale, caratterizzato da una rigorosissima scelta dei musicisti. Ampio spazio veniva lasciato a Ian Underwood, unico superstite della vecchia band, attivo al piano, alle tastiere ed a tutti i fiati. Alla sezione ritmica apparivano addirittura tre batteristi in alternanza, più il basso di Max Bennett e l’aggiunta curiosa del ‘percussionista’ Zappa, tornato dopo molto tempo al suo primo strumento di gioventù. La sonorità complessiva venne poi caratterizzata dai violini di Sugarcane Harris e del 28enne francese Jean-Luc Ponty.
(Mangiare Musica giugno 1994)
C’è una buona ragione per cui non sentirai mai una cover band provare Hot Rats di Frank Zappa. È impossibile, ineseguibile, insondabile. Anche mettendo da parte il virtuosismo chitarristico sinistro dell’icona dell’art-rock, l’album del 1969 è un arazzo di sovraincisioni e manipolazione del nastro, una rete di sotterfugi sonori e manovre uniche con “strumenti” improvvisati che includono un pettine di plastica e una chiave inglese.
Nemmeno lo stesso Zappa è riuscito a ricreare queste tracce sul palco.
(Guitarist, dicembre 2019)
“Hot Rats” fu un bell’esempio di musica orchestrale americana moderna, che dimostrò quanto sia avanzata la scrittura di Frank Zappa e quanto abili siano le Madri nell’interpretare le sue partiture.
Le Madri hanno quell’equilibrio interiore e quella consapevolezza della dinamica tipici delle migliori orchestre jazz o sinfoniche.
“Hot Rats” rappresenta l’”album per chitarra” di Zappa, un tecnico della chitarra in grado di tessere immagini perfette che richiedono tempismo e controllo precisi. “Hot Rats” (in particolare, il brano “Gumbo Variations”), lo dimostrano in pieno.
Sull’album Hot Rats
“Ne fummo profondamente impressionati perché era il primo lavoro di Zappa che poteva essere comparato ad altra musica rock. Quello che aveva fatto prima era stato così radicale e in anticipo su tutto il resto che spesso i suoi meriti non vennero riconosciuti come tali neanche nell’ambiente strettamente musicale” (Fred Frith).
“L’idea del titolo dell’album Hot Rats mi venne in mente perché in Europa avevo comprato un disco dove c’era The Shadow of Your Smile con il sax di Archie Shepp. Lui prendeva l’assolo che mi diede subito l’impressione di un esercito di topi surriscaldati che uscivano squittendo dal suo strumento. Il suono era quello. Quando uscì, credo fosse il disco più sovrainciso della storia. Forse solo Les Paul aveva fatto qualcosa di simile ai suoi tempi” (Frank Zappa).
(Ipnotico nella sua assoluta precisione)
In “Hot Rats”, per la prima volta, Zappa è ampiamente presente come solista ed ottiene un riconoscimento come musicista “distinto da un compositore”. Tuttavia, la base del suo stile è rimasta inalterata per gran parte della sua carriera e ha molto in comune con il modo in cui scrive.
Ad esempio, una delle caratteristiche di un brano di Zappa è la sua divisione matematica del ritmo: note legate, terzine giustapposte a semicrome, frasi ripetute come un ritmo incrociato ecc. “Uncle Meat Variations” è uno degli esempi migliori.
Questo tipo di chiarezza ritmica si nota anche nei suoi assoli. La raccolta è veloce e precisa, le sollecitazioni e le divisioni pulite; soprattutto il suo modo di suonare dipende dalla simmetria. Zappa usa le battute come frasi equilibrate, ponendo una domanda e poi rispondendo o basandosi su un’idea suonandola in modo leggermente diverso più volte di seguito.
È uno stile stranamente formale, pieno di schemi ed elaborazioni, basato sul blues ma intervallato da scale, semplici melodie ripetute e dai suoi accordi preferiti di nona e undicesima. Sebbene non sia caldo o “sentito” in senso blues, può essere ipnotico nella sua assoluta precisione.
I suoi assoli sono immagini sonore in cui gli elementi separati creano qualcosa di nuovo.
L’uso seminale della ripetizione nella musica moderna ha avuto molti sbocchi nel rock. L’idea mantrica è ‘ripeti qualcosa abbastanza spesso e diventa interessante’. Zappa, in questo senso, risulta essere uno dei primi a usare una nota, un ritmo per sostenere altri eventi musicali; “King Kong” è un altro esempio successivo.
(New Musical Express, 16 novembre 1974)
I musicisti in studio sono stati diretti da Johnny Otis (del Johnny Otis Show).
Frank batteva i piedi e annuiva nella cabina di controllo attraverso ogni numero. Poi, quando le luci rosse si spegnevano, annunciava: ‘Non male’. Nella sua testa poteva sentire la versione perfetta dicendo a Ian Underwood: “Suona di fronte al muro e microfoneremo il suono mentre rimbalza dietro la tua spalla”. Ecco come hanno ottenuto quel suono davvero untuoso.
Poi, Frank interrompeva di nuovo Ian nel bel mezzo di un assolo con una revisione di diverse righe di note. Frank non si prenderebbe la briga di scriverle, basta dire fuori di testa e Ian se le ricorda perfettamente. Beefheart insegue lo studio in attesa di cantare “Willie the Pimp” dichiarando Frank un genio.
(IT, 28 gennaio 1970)
Hot Rats era jazz alla portata di tutti e, allo stesso tempo, un rock per le masse che ti faceva sentire sofisticato, una spanna al di sopra degli altri dischi di successo di quell’anno (Led Zeppelin, Allman Brothers, Santana, Stooges e Mott The Hoople). Fu un successo negli USA: in Europa arrivò addirittura nella Top Ten. In più, cambiò del tutto l’immagine di Frank.
(Classic Rock, luglio 2015)