Nella vita privata Zappa mantiene un rapporto pragmatico con l’automobile.
Le sue scelte raccontano molto della sua mentalità, con grandi berline americane nei primi anni e successivamente Mercedes-Benz, apprezzate per comfort, affidabilità e solidità meccanica.
Per un uomo che viveva tra studio di registrazione e tournée, l’auto era un mezzo di lavoro.
Comfort acustico, stabilità alle alte percorrenze, affidabilità sul lungo periodo erano caratteristiche molto più importanti dell’immagine.
Una visione sorprendentemente affine a quella di molti ingegneri automotive, più che a quella dei collezionisti.
Contro il mito “auto estensione dell’ego”
Zappa ha spesso ridicolizzato l’ossessione maschile per la potenza, lo status e l’identificazione personale attraverso il veicolo.
Se oggi Zappa fosse ancora tra noi, probabilmente guarderebbe le nostre auto iperconnesse, autonome e digitalizzate con la stessa ironia spietata.
E ci ricorderebbe che nessuna tecnologia, per quanto sofisticata, può sostituire il pensiero critico di chi la guida.
Perché, alla fine, non è la strada a dirci chi siamo: è il modo in cui scegliamo di percorrerla.
“Per me, Frank Zappa è alla pari di Mozart e Beethoven. Come compositore, verrà ricordato; la gente ascolterà la sua musica anche tra cento anni”. (Dieter Jakob)
Dieter Jakob stesso contribuisce in un certo senso a questo, visto che la sua collezione zappiana è probabilmente la più grande al mondo. E’ autore di diversi libri su Zappa ed è noto a molti di coloro che hanno partecipato al festival Zappanale.
“Frank non si è mai guardato indietro, ma solo avanti. Sempre con un senso di eccitazione e sfida. I cambi di formazione erano diventati una routine per lui, per esplorare nuove possibilità musicali e combinare diverse personalità. Era evidente, quindi, che Frank aveva bisogno di vivere la sua vita in uno stato di transizione perpetua, una realtà che poteva essere esasperante per noi quanto eccitante. Per quanto snervanti fossero questi cambiamenti costanti, lo sforzo ci ha resi dei musicisti migliori, nonostante inevitabili alti e bassi”.
(Ruth Komanoff Underwood e Ralph Humphrey)
David Fricke, uno dei maggiori critici musicali viventi nonché appassionato studioso di Zappa, ha descritto i suoi show di Halloween come “estasi strumentale, improvvisazione totale ed estemporanee virate teatrali”. Ma la descrizione più ficcante dell’operazione, probabilmente, l’ha data il leader dei Mother of Invention allo stesso Fricke nel corso di un’intervista del 1980, quando la tradizione ormai era avviata verso la pensione. A proposito dei concerti per la notte del terrore, Zappa parlò di una sorta di “dichiarazione su ciò che la gente ha perso negli anni Settanta”.
“Conoscete la storia del rock & roll, come negli anni ’50 tutti erano fighi e negli anni ’60 tutti erano pazzi e negli anni ’70 erano tutti noiosi?”, spiegò lui: “Questo film [dei concerti al Palladium del ’77] dimostra che non tutti erano noiosi”.
In questa rara e approfondita intervista, Frank Zappa affronta temi come la politica, la censura, la musica e il suo processo creativo in continua evoluzione. Mette in discussione l’idea di un’”ondata di conservatorismo” in America, sostenendo invece che l’attenzione dei media spesso amplifica le voci più estreme, creando un’immagine distorta della realtà.
Zappa parla anche delle diverse forme di censura che ha dovuto affrontare nel corso della sua carriera: dalle etichette discografiche che modificavano i suoi lavori al rifiuto di grandi catene di negozi di distribuire i suoi album (persino le pubblicazioni strumentali). Invece di arrendersi, spiega come ha trovato modi alternativi per raggiungere i fan e rimanere indipendente.
Sul piano musicale, discute del suo lavoro innovativo con il Synclavier e accenna a nuove composizioni e progetti all’orizzonte, tra cui collaborazioni con orchestre. Non mancano inoltre spunti sulla vita in tour, consigli per i musicisti più giovani e uno sguardo alla sua prospettiva unica sulla fama e sul successo.
L’intervista si conclude con il classico umorismo di Zappa, toccando argomenti che spaziano da una possibile candidatura alla presidenza a un aneddoto ribelle del liceo, che cattura perfettamente il suo spirito anti-autoritario.
Originariamente trasmessa sull’influente canale televisivo Music Box, che raggiungeva 60 milioni di spettatori tra Europa e Asia, questa ripresa è rimasta inedita per decenni. Sunset Vinyl restaura e rimasterizza interviste musicali iconiche degli anni ’80, ’90 e 2000, riportando in vita momenti perduti della storia della musica.
“Francesco Zappa era un compositore del Settecento di Milano, un contemporaneo di Mozart, e quella è la sua musica. La sto immettendo nel computer per ricavarne un album. E’ musica molto bella, è parte dell’Opus 4 per terzetto d’archi. Probabilmente, è un mio consanguineo. Non ho fatto una ricerca sull’albero genealogico della mia famiglia, ma la mia famiglia è originariamente siciliana e, anche se lui è milanese, il suo opus è dedicato a Piano Patensiano, che si trova in Sicilia, il che indica che probabilmente ci è andato di persona e forse si è scopato qualche ragazza, quindi non si sa mai…”.
(FZ, tratto dall’intervista di S. Gunn, Iconoclast – Tuttifrutti – luglio 1984)
“Penso che l’attuale sistema di educazione musicale sia destinato a formare persone che non sanno nulla di musica. Gran parte dei musicologi sottovaluta le esibizioni dal vivo e sopravvaluta lo stile accademico. Penso sia sbagliato. Tutti dovrebbero poter suonare qualcosa, provare la gioia di mettersi a suonare uno strumento e rendersi conto di cosa significa fare musica, non solo parti assegnate. Alle persone dovrebbe essere data l’opportunità di improvvisare e di inventare qualcosa. Proprio lì su due piedi”.
(FZ, tratto dall’intervista di Mark Roberts, Iconoclast – marzo 1974)
“E’ impossibile stabilire quanti dischi abbiamo venduto. I resoconti che riceviamo dalla Metro-Goldwyn Mayer fanno talmente schifo da non poterci fare affidamento. Le vendite sono stimate da 300.000 a 800.000. E’ stato presentato un ricorso e stiamo verificando i loro registri. Preferirei non registrare del tutto piuttosto che tornare con la Metro-Goldwyn Mayer”.
(FZ, tratto dall’intervista di Jerry Hopkins, Rolling Stone – luglio 1968)
FZ & MOI – Blues Improvisation (Live a Vancouver 1975)
In copertina un disegno di Jim Mahfood
Non si può parlare di semplice improvvisazione nel caso dei Mothers. Frank Zappa dirigeva una serie di variazioni improvvisate controllando forma e stili. Lui la chiamava conducted improvisation (improvvisazione eterodiretta) cioè diretta da un altro, dall’esterno. Una contraddizione in termini in ambito jazz. Zappa ne era pienamente consapevole. Improvvisare una composizione usando i musicisti come semplici strumenti dirigendo dall’esterno le loro invenzioni estemporanee. Muoveva le dita nell’aria e la musica semplicemente avveniva con il suo codice gestuale e gli impulsi energetici del Maestro.
(Il teatro musicale dei Mothers of Invention, Gianfranco Salvatore)
Un musicista deve saper leggere gli spartiti per far parte della tua band?
“Aiuta sempre. Le due caratteristiche principali che deve avere un musicista per far parte della mia band é la velocità e la capacità di memorizzare. I nostri spettacoli durano 2 ore, 2 ore e mezza senza sosta e sono organizzati, a parte gli assoli che sono improvvisati. La sequenza degli eventi è pianificata in modo tale che lo spettacolo sia serrato e il pubblico non debba sedersi ad aspettare che succeda qualcosa. Quindi, richiede molta capacità di memorizzazione, memorizzazione rapida. Non puoi impiegare un anno ad insegnare a qualcuno uno spettacolo. Negli ultimi due tour, io e la mia band abbiamo passato tre mesi (5 giorni alla settimana, 6 ore al giorno) a memorizzare e mettere a punto lo spettacolo. Le prove sono un investimento molto costoso: 13.250 dollari a settimana. Proviamo con l’attrezzatura completa, la troupe completa e un palcoscenico”.
C’è stato un tempo in cui dovevi adattare le tue composizioni alle capacità dei tuoi musicisti.
“Lo faccio ancora”.
Ci sono momenti in cui vorresti scrivere musica complessa ma non puoi convincere nessuno a suonarla in tour?
“Succede tutti i giorni. Il tipo di musicisti di cui ho bisogno non esiste. Ho bisogno di qualcuno che capisca i poliritmi, che suoni qualsiasi stile musicale, capisca la messa in scena, il rhythm and blues e come funzionano molte diverse tecniche di composizione. Quando assegno una parte ad un musicista, dovrebbe sapere come funziona nel mix con tutte le altre parti”.
(FZ, Down Beat, 18 maggio 1978)
Il disprezzo di Zappa per le distinzioni accettate tra arte “autentica” e “non autentica”, alta e bassa, così come altre gerarchie estetiche e generiche, è solo un aspetto del suo impegno per la via affermativa della musica contemporanea, che lo accosta ad altri artisti eccentrici come Charles Ives – tra i primi ad integrare elementi di musica “bassa” (inni gospel, jazz, fanfara) e musica classica/orchestrale – e il maestro di Zappa, Edgar Varèse, con cui condivide non solo l’interesse per il bruitismo (o rumorismo, l’arte dei rumori basata su musica e percussioni) ma anche un debole per gigantesche strutture compositive che superano lo standard della performance tradizionale (Varèse ha utilizzato 400 altoparlanti per eseguire il suo “Poème électronique” all’Esposizione Mondiale di Bruxelles del 1958).
(dal libro “Frank Zappa, Captain Beefheart and the Secret History of Maximalism” diMichel Delville e Andrew Norris, 2005, Salt Publishing)
Un tratto in comune tra Zappa e Varèse è la convinzione espressa da quest’ultimo che la musica debba sempre essere “sintesi d’intelligenza e volontà” conservando un’idea forte di composizione. Zappa è, in realtà, molto più vicino a un compositore come Ives che, all’inizio del secolo, mirava a suggerire l’effetto spaziale di bande che si avvicinano, s’incrociano e si allontanano con l’uso contemporaneo di melodie diverse con ritmi e tempi diversi.
Zappa ha detto: “Questa tecnica è stata adottata fin da ‘Absolutely Free’. Nella nostra versione da poveri, il gruppo si divide in tre parti e suona “The Star-Spangled Banner”, “God Bless America’ e ‘America The Beautiful’ tutte allo stesso tempo, ricreando una versione amatoriale della collisione multipla di Ives.
(Ciao 2001, 3 luglio 1990)
Zappa ha più volte sottolineato il suo apprezzamento per il dada e, in verità, del dada Frank ha mutuato procedimenti formali (collage, assemblage, gioco di parole, parodia) e modi di pensare (anarchismo, antiautoritarismo, valore eversivo del sesso, esortazione a non farsi infinocchiare dall’establishment, satira rivolta contro il filisteismo, il romanticume, l’intellettualismo, ecc.).
Tra i musicisti ‘colti’ cui Frank ha guardato e da cui ha attinto, Erik Satie ha un posto di rilievo, non a caso vicino al dada. Satie, come Zappa, riempie la sua musica di citazioni ironiche di musiche popolari (in Satie sono quelle del circo e del luna-park, delle bande, delle danze di moda) usando in modo stilizzato modi del cabaret: l’uso del rumore, in Zappa come in Satie, è dissacratorio e ironico.
Xenocronia realizzata da Roxa con musiche di Frank Zappa e Rolling Stones
Tra le tante citazioni musicali di Frank Zappa, una delle più note si trova nel brano Hungry Freaks, Daddy (Freak Out!, Verve / MGM, 1966).
Hungry Freaks, Daddy è un richiamo esplicito, ironico e caricaturale al brano “I can’t get no satisfaction” dei Rolling Stones.
“Mi piacevano i Rolling Stones”… Una volta, Mick Jagger mi ha tolto una scheggia dall’alluce. E’ venuto a casa mia, saltellavo a causa di questa scheggia e l’ha tirata fuori… Mi è piaciuto il suo atteggiamento e quello degli Stones. Alla fine, però, la musica veniva fatta perché era un prodotto. Era musica pop creata perché c’era una casa discografica in attesa di dischi”. (FZ, Playboy aprile 1993)
“Stavo uscendo incespicando dallo studio ed ho sbattuto l’alluce su un pezzo di legno o qualcosa del genere. Mick Jagger mi ha tolto la scheggia dal dito del piede. E’ stata quella la prima volta che l’ho incontrato” (FZ, The Rock Report, luglio 1989)
Gail ricordò che Frank Zappa si era preso una scheggia nel piede dopo aver camminato a piedi nudi sui pavimenti in legno molto rustici della baita. “Mick Jagger si è messo a quattro zampe ed ha afferrato il piede di Frank per vedere che tipo di aiuto poteva offrirgli. Frank ne è rimasto davvero sorpreso: è stato molto genuino e molto spontaneo”.
Pare che Frank Zappa una volta cacciò Mick Jagger e Marianne Faithful dalla sua casa di tronchi alla fine degli anni ’60 perché erano troppo “ubriachi”.
Il fatto che Zappa fosse notoriamente contrario alla droga ha dato credito a questa storia, ma secondo sua moglie Gail la vera storia è molto più insipida ma anche più carina.
“Quello che ricordo – raccontò Gail – è che Mick Jagger venne con Marianne Faithful. Lei volle dimostrare la sua abilità con il tamburello. Dopo qualche minuto, Marianne scostò i vestiti per mostrare i lividi che il tamburello le aveva causato sul sedere e sul fianco. Fu molto emozionante”. (tratto dal libro “Laurel Canyon: The Inside Story)
Il 12 luglio 1968, all’una di notte, Mick Jagger invitò Frank e Gail Zappa nello studio di registrazione dove lui e Keith Richard stavano mixando i brani del loro album, Beggars Banquet. (Pauline Butcher Bird)
Nel 1980, durante un’intervista per la BBC Radio 1, Frank Zappa ha stilato una speciale classifica delle sue 30 canzoni preferite spaziando dal rock all’heavy metal, dal pop al post punk ed alla musica classica.
Al 24° posto compare ‘Paint It Black’ dei Rolling Stones.
Frank Zappa definisce il brano “Paint It Black” dei Rolling Stones un capolavoro assoluto.
Gli arrangiamenti dalle sfumature orientali degli Stones conferiscono alla registrazione un’atmosfera decisamente psichedelica.
Utilizzano strumentazione indiana, alle Fiji gli Stones iniziarono a suonare il sitar.
Zappa ha sottolineato il ruolo di Brian Jones, il carismatico chitarrista del gruppo, nella realizzazione del disco. Secondo lui, Brian Jones è nato per suonare il sitar.
(Far Out Magazine)
“Gli Stones sono ancora il miglior sound in Inghilterra. Ho appena ricevuto una copia di “Beggar’s Banquet”, ma il mio album preferito è “Between The Buttons”. Lo considero superiore a “Sgt. Peppers” dei Beatles. Diverse star vanno in giro con le loro Rolls Royce, ma puoi immaginare Jagger seduto in una di quelle auto mentre si toglie le scarpe o si stuzzica il naso e lo pulisce sulla tappezzeria?”
(FZ, Record Mirror, 7 giugno 1969)
L’album dei Rolling Stones preferito da Zappa è Between The Buttons (la versione americana). “Non mi piace molto la versione inglese perché contiene una serie di brani completamente diversi. Rappresenta un pezzo importante di commento sociale del momento. Ricordo di aver visto Brian Jones molto ubriaco allo Speakeasy una notte e di avergli detto che mi piaceva e che lo ritenevo superiore a Sergeant Pepper… dopodiché ruttò discretamente e si voltò”. (FZ, Let It Rock, giugno 1975)
Zappa: “I Rolling Stones erano funky. Non era necessariamente un blues dal suono colorato, ma era davvero funky”.
Intervistatore: “Sì, il funk della classe operaia britannica”.
Zappa: “E questo valeva, tranne quando cercavano di esagerare con Chuck Berry”.
(tratto dall’intervista di Frank Kofsky a FZ, 1969)
“In genere, mi piacevano di più i Rolling Stones che i Beatles in quel periodo perché erano più coinvolti nel blues.” (FZ, The SongTalk Interview, 1994, vol. 4, numero 1).